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Storie dall'Italia
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L'anno scorso mi sono laureata con una tesi sui senzatetto. Ho passato diversi mesi a studiare il caso dei senza fissa dimora di New York, analizzando le politiche che vi stanno dietro e confrontando l'evoluzione della questione dagli anni Ottanta di un sindaco liberale come Koch ai Novanta di Giuliani. 24 giugno 2015

Pur ritenendo di saperne un po' più della media, però, non ero mai entrata direttamente in contatto con la realtà di chi quella condizione la vive in prima persona.

Poi mi sono trasferita a Milano, e ho conosciuto un gruppo di volontari che svolgono attività di supporto per i senzatetto della città. Ho chiesto di poter passare un po' di tempo con loro, e per un paio di sere li ho seguiti con l'obiettivo di capire come lavorano e chi sono le persone a cui si rivolgono.

Venerdì scorso li ho accompagnati nel loro giro insieme a un fotografo; l'appuntamento è alle 20:45 in piazza Santo Stefano. Arrivo in anticipo, e i volontari sono già lì a scaricare il cibo dal furgoncino dell'associazione. Ad accoglierli ci sono già una decina di persone, che tra di loro si conoscono e si chiamano per nome. Da tre anni, infatti, per loro questo è diventato un appuntamento fisso.

I volontari fanno tutti parte di MIA – Milano in Azione, un'associazione fondata nel 2012 da un gruppo di privati cittadini con lo scopo di aiutare i senzatetto e le fasce più deboli della società. La distribuzione del cibo del venerdì è solo una delle attività dell'associazione, che è presente anche con un'unità medica mobile, assistenza burocratica, uno sportello lavoro e altre attività volte al reinserimento sociale dei senza fissa dimora.

Secondo gli ultimi dati del comune di Milano, a gennaio 2015 i senzatetto "registrati e di cui è certificata la presenza sul territorio" erano 2263: di questi, 1766 risiedevano nelle strutture messe a disposizione per l'emergenza freddo, mentre 497 erano quelli "seguiti per strada dalle unità mobili diurne e notturne e dal Pronto soccorso sociale."

Il calcolo è stato reso possibile da un sistema di monitoraggio avviato nel 2012 che prevede il coordinamento di tutte le associazioni operanti in varie zone della città, e mostra che c'è stata una diminuzione del 15 percento dei senzatetto—in strada e nei centri di accoglienza—rispetto al 2013. Oggi più del 90 percento è composto da uomini, e due terzi sono stranieri, anche se il numero di italiani è in crescita rispetto agli anni passati.

La conferma di questo quadro ce l'ho nel corso della serata. Mentre i volontari distribuiscono il cibo, io mi muovo tra quelle persone per cercare di capire chi sono. Dopo un'improvvisata lezione di inglese con Adriano—che sta studiando l'inglese ma non capisce il passato—e una chiacchierata con Angelo sulla riforma Amato delle pensioni e l'infiltrazione americana nelle fabbriche durante gli anni di piombo, trovo Armando.

Quest'ultimo ha 32 anni, ed è arrivato in Italia dalla Romania negli anni Novanta. Dopo aver lavorato per dieci anni nella ristorazione, da un anno è senza lavoro. "Provo ad andare a chiedere, ma dicono di lasciare il numero che si faranno sentire, e poi non chiamano mai," mi dice.

Da ormai 20 anni sta nella zona di Porta Genova; quando può si appoggia da amici, e per i pasti si rivolge alle unità di strada come MIA, che preferisce alle mense—discorso frequente tra i senzatetto che vivono per strada. Armando non scende ulteriormente nei dettagli della sua storia, e nel frattempo i ragazzi hanno già distribuito il cibo ai presenti. Salutiamo tutti e ci rimettiamo in cammino.

Tra i miei pazienti ciceroni—sei volontari, numero che varia di volta in volta, e tutti molto giovani—c'è Luca, 24 anni, cofondatore e vicepresidente dell'associazione. Mi racconta di aver fondato l'associazione con un altro gruppo di cittadini a soli 19 anni. Tutto è partito da un annuncio sul profilo Facebook del sindaco, in cui si cercavano volontari che si recassero per la strada della città a convincere le persone a entrare nelle strutture a loro riservate, o fornire loro aiuto. Attorno a questo progetto si è formata spontaneamente Milano in Azione.

Luca dedica circa 10 ore a settimana al volontariato in strada, a cui vanno aggiunte le attività di gestione e ricerche. Mi racconta degli investimenti economici iniziali, della frustrazione e la sfida di dedicarsi a un'attività dove nella stragrande maggioranza dei casi si sa di avere a che fare con soggetti non recuperabili.

Con i senzatetto si è ormai sviluppato un rapporto personale, e molti di loro hanno spesso voglia di sfogarsi e raccontare le loro storie. Qualche metro più in là troviamo Maurizio, che al momento sta nella casa d'accoglienza in via Saponaro. "Saponaro è assurda," mi dice, "però comunque si vive. Io sono in stanza con altre cinque persone. Ci danno anche da mangiare, ma io cerco di stare là il meno possibile e per mangiare piuttosto che andare alle mense salto il pasto, non mi piace. Preferisco mangiare dalle unità di strada, come loro."

In passato Maurizio ha fatto l'artigiano; poi, rimasto all'improvviso vedovo e senza lavoro, si è ritrovato a vivere in strada. Ora comunque dice di aver "fiducia": "Ho fatto domanda per la casa popolare e mi hanno detto che ho buone possibilità, quindi spero di inquadrarmi presto."

Salutiamo Maurizio e continuiamo. "Quella della speranza," mi spiega Donata, una delle volontarie, "è una costante assoluta nelle storie dei senzatetto. Tutti stanno aspettando qualcosa. Una casa popolare, un'eredità, una causa, una liquidazione. Ce lo dicono continuamente, te lo diranno tutte le persone con cui parlerai."

Col tempo, i volontari hanno imparato a conoscere i luoghi in cui si trovano i senzatetto della zona, si dirigono nelle gallerie e nei punti più nascosti sapendo già chi troveranno. Quando la persona che cercano non c'è lasciano il sacchetto con il cibo accanto alle sue cose. Quando non c'è traccia neanche dei segni della sua presenza, chiedono ai conoscenti. Aspettano 2-3 settimane prima di cominciare a preoccuparsi, e per evitare di farlo spesso cercano di ottenere i loro numeri di telefono, in modo da garantirsi un possibile contatto.

Nonostante sia difficile fare un quadro preciso dei motivi che spingono le persone a trovarsi nella condizione di senzatetto, i denominatori comuni sono l'assenza di supporto da parte delle famiglie, problemi psichiatrici, problemi di abuso di sostanze, divorzi e perdita del lavoro.

Giovanni, una vecchia conoscenza dell'associazione che incontriamo nel percorso, mi racconta ad esempio di essersi trovato disoccupato all'improvviso, dopo aver lavorato per dieci anni al San Raffaele. Sta aspettando la liquidazione e l'eredità: mi racconta di aver vinto una causa e di essere in attesa della svolta amministrativa, che dovrebbe arrivare nel giro di qualche mese.

Provo a indagare con lui su com'è passare la notte in strada. "Mi sono trovato senza alternativa. I miei genitori sono morti, mia sorella non so più dov'è. All'inizio non è stato facile, soprattutto la notte. Purtroppo la vita in strada è quello che è, ma la speranza che presto qualcosa si sblocchi mi dà la forza di andare avanti." Per il cibo e i servizi igienici, Giovanni ricorre alle tante associazioni solidali che operano a Milano.

E se l'assistenzialismo riesce a sopperire alle esigenze primarie di chi vive per strada, come mi dice Luca, resta comunque "un palliativo." "Finché il problema non verrà risolto alla radice," spiega il volontario, "continuerà a esistere. Il cibo è solo un modo per far uscire le persone dal loro guscio: noi puntiamo al reinserimento sociale, a creare opportunità per queste persone."

La decisione stessa di farsi aiutare, come capisco nel corso della serata, non riguarda tutti i senzatetto. Spesso i casi più "estremi", come quelli legati all'abuso di sostanze o a problemi psichiatrici, sembrano tradursi in un rifiuto dell'assistenza. Dall'altra parte, gli studi sul tema rivelano anche che uno dei rischi maggiormente legati alla condizione di senzatetto è quello di sviluppare una dipendenza nei confronti del sistema assistenziale. "È un circolo vizioso," mi spiega Donata. "Dopo poco tempo che si trovano per strada, queste persone non solo cominciano a contare unicamente sull'assistenzialismo, ma lo richiedono, credono gli spetti." Il punto, prosegue, è che quando queste persone "sono in strada è troppo tardi intervenire. Vanno acchiappati prima."

Siamo a metà del percorso. In piazza Meda incontriamo Salvatore, 42 anni, senzatetto da cinque. Gli chiedo di raccontarmi la sua storia, e dopo qualche istante di ritrosia acconsente. Accenna a un'infanzia in collegio, a genitori assenti, eredità scomparse e all'idea di denunciare la Procura della Repubblica, che a suo dire l'avrebbe indagato "per un reato abbastanza spiacevole" a causa di un "disguido tecnico-burocratico di omonimia."

Gli chiedo come se la passi, nella condizione di senzatetto. "Eh, ti abitui," mi risponde. "O fai marchette, o rubi, o vivi così. Io durante il giorno faccio l'elemosina, 5-10-20 euro al giorno, talvolta zero. Personalmente non mi sono mai vergognato; se ti vergogni non sopravvivi, la mia dignità ormai se la sono rubata"

L'impatto con questa vita, continua Salvatore, è stato durissimo: "Non mi scorderò mai le prime notti d'insonnia per strada, senza un soldo in tasca. Vivo così, non sono uno stinco di santo ma non sono neanche un demonio."

Appena Salvatore finisce di parlare mi accorgo di come ci sia una sorta di costante in tutte le storie che ho sentito finora: la difficoltà di scindere la realtà dalla fantasia. Mi rivolgo così ai volontari per capire quanto la vita di un senzatetto possa incidere sulla sua condizione mentale.

"Dalla mia esperienza posso dire che sono tutti pieni di paturnie, ognuno ha le sue. Ci raccontano storie che cambiano quasi sempre, mettiamo in conto che siano romanzate e neanche ci chiediamo dove finisca la verità e inizi la fantasia," mi spiega Donata.

Poi interviene Luna, un'altra volontaria, che dice: "Sono persone che vivono da sole tutto il giorno e tutta la notte, devono per forza raccontarsi delle storie, se le ripetono durante l'arco di quelle ore passate da soli e finiscono per crederci. Pensa anche solo al fatto di dormire tutte le notti senza mai cadere nel sonno profondo perché se accade c'è la possibilità che qualcuno ti freghi le tue cose: non si può rimanere sani."

Mentre ci avviciniamo alla fine del percorso, in piazza Affari troviamo un gruppo di senzatetto latinoamericani che non ha alcuna voglia di rispondere alle mie domande, ma si ferma a parlare con i volontari e affida loro un piccione salvato quel pomeriggio.

Una parte del gruppo rimane ferma con il piccione —che forse piccione non è, e nel dubbio viene trattato come un'aquila reale—a decidere il da farsi. Gli altri volontari, con le ultime due razioni di cibo, raggiungono piazza San Borromeo, dove ad aspettarci ci sono Silvano e Rodolfo.

Rodolfo ha 52 anni, viene dal Perù, è in Italia da 15 anni, ma per molti anni è stato a Como. Faceva l'assistente per anziani, ed era soddisfatto. Poi il signore che assisteva è morto, e lui, senza casa e senza lavoro, si è trasferito a Milano. Mi dice che martedì ha un colloquio con un'agenzia. Intanto sta con Silvano, che gli ruba la parola per raccontarmi la sua storia

Silvano e Rodolfo vivono insieme da tre anni, e mi hanno dato il permesso di definirli una "coppia di fatto." Si sono sistemati in una tenda che è casa loro, e che li ripara dal freddo (più o meno), dalla pioggia (nella maggior parte dei casi) e soprattutto dagli sguardi. Si sono conosciuti due anni e mezzo fa in un McDonald's, e da allora vivono insieme.

Silvano, 53 anni, viene dal Mozambico e vive in Italia dal 1990. Prima di arrivare in Italia ha vissuto in Brasile, in Marocco e a Parigi, facendo l'assistente, l'autista e il cuoco per l'ambasciatore del Portogallo. Dopo l'esperienza da assistente, per anni ha lavorato nel mondo della ristorazione.

"Mi dicevano sempre tutti che mi avrebbero messo in regola, ma non è mai successo. L'ultimo lavoro è stato in un ristorante, ma tre anni fa è fallito, e mi sono trovato senza documenti e senza lavoro. Ora però ho fatto una prova a Sempione, vicino alla Rai. Speriamo bene," mi dice Silvano.

Quando gli chiedo come si è ritrovato in questa situazione, mi racconta: "All'inizio dormivo in macchina, poi l'ho dovuta vendere. Il difficile sono i primi tempi. Me le ricorderò sempre quelle notti in cui non dormivo neanche un minuto. All'inizio mi vergognavo tantissimo, mi nascondevo sotto i cartoni per non farmi vedere. Adesso la vergogna è passata, ma l'elemosina non la faccio. Mi aiutano le associazioni."

Sono le 22:15, il cibo da distribuire è finito, e le strade sono vuote. Salutiamo Rodolfo e Silvano e torniamo in piazza Affari, dove i volontari e il piccione stanno ancora cercando di capire cosa fare. Due rimangono là, gli altri si salutano e ognuno va per la sua strada.

Qualche ora dopo, quando vado a prendere la metro per quelle vie del centro in cui prima ero passata con i volontari, mi accorgo che i senzatetto torno a non vederli più. Il fatto che eventi come il divorzio o il licenziamento, certamente legati a circostanze particolari, possano avviare una catena che sfocia nel ritrovarsi a vivere per strada è difficile da concepire, e comunque sembra un'eventualità che non ci potrà mai riguardare direttamente.

Eppure, queste storie così piene di problemi, speranze, paturnie e fantasia, sono molto meno lontane dalle nostre di quanto ci faccia comodo pensare.

Fonte: vice.com

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