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Storie dall'Italia
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Francesco Poveromo, disoccupato sessantunenne vittima della crisi, ci ha raccontato il suo percorso di sopravvivenza. Una storia di dignità, fede e coraggio. Chi lavora nell'Ospedale di Udine o studia medicina, spesso avrà fatto caso ad un uomo seduto davanti al parcheggio in via Colugna, intento a leggere e a non disturbare mai, soprattutto a non chiedere mai nulla. E' italiano, pugliese di origine, 'friulano' da 24 anni. Dall'inizio ottobre 2012 lo si trova là per gran parte della giornata seduto su uno sgabello improvvisato a controllare l'ingresso del parcheggio, 'adottato' dagli abitanti della zona e dai dipendenti dell'Ospedale.

Si chiama, ironia della sorte, Francesco Poveromo; lui stesso ci ride su quando gli chiediamo di raccontarci la sua storia.La sua disavventura ha inizio nel 2011, ovvero quando nel pieno della crisi perde il lavoro (consegnava cibo ai malati, ndr). In poco tempo, essendo divorziato e non potendo contare su nessuno, incappa nelle prime difficoltà. Non riuscendo più a far fronte alle spese di affitto, acqua, luce e gas, si trova di colpo sfrattato e in mezzo ad una strada. "All'inizio giravo a vuoto -ci spiega- cercavo lavoro e avevo bisogno di soldi anche per pagare delle visite mediche per un'invalidità che mi porto dietro. Il primo mese da disoccupato è stato un incubo. Terribile. Non riuscivo a trovare nulla. Ho chiesto aiuto a molti centri di accoglienza; uno di questi, non faccio nomi ma è molto conosciuto in zona, mi ha liquidato con 5 euro. Grazie a Dio avevo ancora con me la mia utilitaria, dove ho dormito per oltre otto mesi. Utilizzando poi le strutture che ci sono a Udine per lavarsi e mangiare, riuscivo comunque a vivere dignitosamente”.

La vita di Poveromo ad un certo punto trova una svolta. Messo da parte il rancore, la rabbia e la delusione che inevitabilmente portava con sé, Francesco decide di occupare un angolino della zona a lui meglio conosciuta .“Mi son fatto forza e ho preso la decisione di mettermi in questo parcheggio dell'ospedale, grazie anche agli ispettori dello stesso che non mi hanno mai cacciato via. Dopodiché mi sono affidato agli assistenti sociali riuscendo a trovare posto per dormire all'asilo notturno al Fogolar di via Pracchiuso. Ora, dopo tanti sacrifici, la vita va migliorando. Da poco mi è stato concesso un alloggio assistenziale e sono inoltre in attesa del responso sulla mia richiesta di invalidità civile. A giorni potrei anche essere chiamato per dei lavori socialmente utili per cui ho fatto domanda. Speriamo bene".

La conversazione prosegue e mentre si fa sempre più piacevole e amichevole, scopriamo che la vera chiave di volta del difficile percorso di sopravvivenza di Francesco Poveromo è stata la fede e l'atteggiamento da assumere in quella che è una vera situazione al limite: “Il mio libro principale, quello che porto sempre con me, è la Bibbia di Gerusalemme. Mi ha dato lo spirito per andare avanti, in particolar modo quest'anno, e mi ha dato la forza di stare seduto per ore e ore al freddo. Io mi sono seduto qua e non ho mai voluto chiedere niente a nessuno. Possono testimoniarlo i dipendenti dell'Ospedale. Credo mi apprezzino per questo motivo. La gente ha capito la mia situazione, ha visto che non ho mai infastidito alcuno e che ho sempre rispettato tutti. Se uno dà qualche moneta bene, altrimenti pazienza. Prima o poi arriva sempre qualche generoso. Mi portano vestiti, libri, da mangiare e altro. La gente buona esiste ancora.”

A questo punto Poveromo ci chiede di lasciare un messaggio a tutti quelli che si trovano nella sua condizione, senzatetto e disoccupati: “Innanzitutto dico loro di lasciare stare l'alcol, perché l'alcol non porta a ragionare e quindi ad andare avanti. Poi non bisogna assolutamente perdersi d'animo. Altra cosa importante è, come detto, non interferire e infastidire la gente”.

Il piacevole dialogo poi si conclude con una nostra curiosità. Ovvero gli abbiamo chiesto se si è sentito discriminato a livello assistenziale rispetto ad esempio ad alcuni immigrati che hanno trovato fin da subito accoglienza presso i centri a disposizione in città. “Ho potuto verificare sulla mia pelle che il percorso assistenziale per noi italiani è più lungo rispetto a quello che vede coinvolti ad esempio gli extracomunitari. E' giusto che chi chiede asilo politico abbia la precedenza, ma noi italiani, purtroppo, abbiamo una burocrazia che ci impone un percorso molto più intricato. Io ho dovuto attendere parecchio prima di essere ospitato, altri invece, si veda il caso dell'estate scorsa del parco Moretti, in una quindicina di giorni hanno avuto più fortuna. Sia chiaro, il mio non è un lamento. Non ti abbandonano, soprattutto gli operatori del Fogolar, persone brave e umane che ringrazierò sempre”.

Fonte: udinetoday.it

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