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Ogni anno, nel capoluogo, circa 1500 senzatetto si rivolgono al Comune. Ma la crescita dell’emergenza sta riducendo i fondi per intervenire sui casi più gravi: utenti multiproblematici, che rifiutano di lasciare la strada. E qualche giorno fa 50 mila euro sono arrivati all’ambulatorio "Roberto Gamba" da un anonimo donatore.

TORINO - “Valentina” è un’anziana signora nata in provincia di Modena. Nell’inverno del 1999 prese a dormire nella stazione centrale di Bologna; finché un giorno decise di salire su un treno diretto a nord, rifiutandosi di scendere finché non fosse arrivata al capolinea. Da allora, ogni notte l’ha trascorsa all’aperto, nelle strade di Torino: accucciata sotto i portici della stazione di Porta Nuova, è stata testimone di alcuni degli inverni più rigidi che il capoluogo sabaudo ricordi. Per quindici anni, gli operatori del servizio di strada (la cosiddetta “Boa urbana mobile”) hanno cercato, senza successo, di convincerla a seguirli in uno dei dormitori della città. Finché, un anno e mezzo fa, qualcuno di loro ha rintracciato il fratello; che ha raccontato loro la sua storia, fornendo la chiave di volta per portarla finalmente via da quelle notti all’addiaccio.

Quel nome, in realtà, “Valentina” lo ha preso in prestito da sua madre. Fin da piccola, ha sofferto di disturbi psichici; e, alla morte dei genitori, ha rifiutato ogni forma di sostegno, ostinandosi a vivere in strada per oltre tre lustri. Nell’ambiente dei servizi per i senzatetto, persone come lei vengono definite “irriducibili”: gravate da un pesante mix di alcolismo, dipendenze e disturbi psichiatrici, finiscono per recidere ogni legame col tessuto sociale, scivolando inesorabilmente verso la strada. I servizi sociali di Torino hanno censito decine di casi del genere, ma ormai ammettono di non riuscire a far molto per loro. L’anno scorso, ben 1500 senzatetto si sono rivolti ai loro sportelli; ma soltanto in 170, alla fine, hanno intrapreso un percorso che andasse oltre i servizi di base come mensa e dormitorio. “Il problema - spiega Massimo De Albertis, responsabile dell’ambulatorio diurno per i senzatetto “Roberto Gamba” - è che sta diventando sempre più difficile trovare fondi per finanziare i servizi successivi alla cosiddetta ‘bassa soglia’. Ma è la stessa mancanza di questi servizi a comportare la maggior parte dei costi per la collettività. Per intenderci, un ricovero in psichiatria costa centinaia di euro ogni giorno; cui si vanno spesso a sommare i costi degli interventi sulle dipendenze e di quelli di tipo sanitario. Oltre che più efficace, un intervento sistemico sarebbe molto più conveniente rispetto a questo continuo tamponamento delle emergenze. Sappiamo per esperienza che togliere le persone dalla strada è possibile; ma per farlo servono fondi e progetti articolati”.

Proprio per questo, la scorsa settimana, De Albertis e il suo staff hanno visto come una manna dal cielo la donazione di cinquantamila euro arrivata all’ambulatorio da un anonimo donatore. “Si tratta di un anziano signore - fanno sapere dal Comune - che ha esplicitamente chiesto che quel denaro fosse destinato al ‘Gamba’”. De Albertis ora spera di utilizzarlo proprio per ripristinare il servizio che, fino a qualche anno fa, era attivo per i cosiddetti “irriducibili”. “Il progetto - spiega - si chiamava ‘Sistema’, ed era diretto da uno staff composto da psichiatri, psicologi e medici delle dipendenze. Qui, ormai, lavorano soltanto assistenti sociali, ma noi abbiamo un enorme bisogno di quelle figure. Anche se può sembrare una cifra esigua, quelle cinquantamila euro potrebbero permetterci di rilanciare il programma per un anno: dopodiché, siamo certi che il vantaggio in termini economici e di efficacia sarà così evidente che il rinnovo avverrà in automatico”.

Al momento, Torino può contare su una rete di servizi per i senzatetto tra le più ampie del paese. Oltre all’ambulatorio, attivo dal 1999 nella zona della stazione, in città esistono dieci case di ospitalità notturna, tre delle quali vengono attivate nei mesi invernali. C’è poi l’unità di strada, una serie di mense e alcuni centri diurni in cui è possibile fare la doccia. Nel solo ambulatorio, ogni giorno transitano fino a 30 persone: “Il più delle volte - spiega il dottor Ezio Denaro - si travolgono a noi in seguito a riacutizzazioni di bronchiti o per ulcere e piaghe da decubito. Ma non è raro trovarci di fronte a casi di scabbia o infezioni della pelle. Si tratta di patologie che dovrebbero essere costantemente monitorate; ma capita che queste persone, non avendo la residenza, perdano perfino il diritto all’assistenza medica”.

Proprio questa continua espansione dell’emergenza ha reso sempre più difficile reperire fondi per intervenire su soggetti come Valentina. I quali, in realtà - vivendo in strada a tempo pieno - sono i più esposti a sviluppare questo genere di patologie. “Spesso - continua De Albertis - chi vive in strada si crea una serie di routine fortemente strutturate, che con l’età divengono sempre più difficili da abbandonare. Valentina, ad esempio, continua tuttora a rifiutare di mangiare a mensa. Ogni mattina va a recuperare i vestiti in un angolo di via Po, che per lei è una specie di guardaroba. Quindi prosegue verso un bar, che da anni le offre la colazione. Dopodiché chiede l’elemosina per qualche ora, e con quei soldi si compra il pranzo. Le abbiamo fatto presente che a 72 anni avrebbe diritto a una pensione minima, ma a lei pare non interessare. Fare colletta è parte della sua giornata: è una questione di abitudini più che di denaro”.

“Ogni anno - conclude De Albertis - ci troviamo di fronte a decine di casi del genere. A Torino, ad esempio, c’è un signore anziano che per tutti, ormai, è “l’ombrellaio”, perché possiede decine di ombrelli con cui è in grado di costruirsi un vero e proprio igloo_ quello è l’unico posto in cui accetta di dormire. I nostri operatori di strada queste persone le incontrano ogni sera: gli portano coperte e te caldo, ma è raro che li convincano a seguirli nelle nostre strutture. Per quello serve la collaborazione di chi sappia quali tasti premere: con Valentina, ad esempio, è bastato parlare col fratello per riuscirci dopo 15 anni di tentativi a vuoto. Ma tutti gli altri rischiano di morire assiderati a ogni crollo della temperatura”. (ams)

Fonte: redattoresociale.it

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