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“A Torino senza le associazioni sarebbe impossibile aiutare tutti”

L’assessore Elide Tisi e l’emergenza cibo: serviamo oltre 400 piatti caldi al giorno per sfamare i poveri. Da oggi raddoppiano le boe per l’emergenza freddo. Si chiamano «boe» ma sono in realtà furgoni organizzati dal Comune che girano la città ad aiutare i senzatetto.

14 gennaio 2013

Quarantamila persone, a Torino, che hanno bisogno di un aiuto per mangiare. Gente china, a fine mercato, su carciofi e arance scartate dalle bancarelle. Uomini e donne vestiti decorosamente sorpresi a rovistare nei cassonetti. È l’instantanea di una città che mette in coda vecchi e nuovi poveri: davanti alla mensa, di fronte allo sportello-casa o a quello dei servizi sociali. A denunciarlo, ieri, Roberto Cena, responsabile piemontese del Banco Alimentare. Numeri che fanno riflettere l’assessore ai Servizi sociali del Comune Elide Tisi.

Cifre impressionanti. In quarantamila chiedono un aiuto per mangiare.

«Lavoriamo a stretto contatto con il Banco Alimentare, cui siamo grati: senza l’aiuto di certe realtà non andremmo avanti. I loro dati raccontano un’emergenza che maneggiamo, purtroppo, tutti i giorni. Che ci sia un aumento dei bisogni è cosa nota: noi stanziamo 6 milioni l’anno a sostegno della povertà e nel 2012 abbiamo aumentato questa cifra del 15 per cento e servito 400 pasti caldi al giorno. Sempre ogni giorno, però, aumenta il numero di chi perde il lavoro o vede ridursi il reddito. E cresce anche la famosa fascia grigia dei nuovi poveri: neo-divorziati o neodisoccupati che ci chiedono aiuto».

Fino a che punto la politica si rende conto di quanto la povertà sia cresciuta? E quali rimedi avete in mente?

«A Torino ci siamo battuti per mettere il welfare al di sopra di ogni cosa: si è tagliato su tutto ma non sui servizi sociali. Poi stiamo organizzando un tavolo che mette insieme privato-sociale cui siedono dall’Ufficio Pio alla Caritas per gestire in maniera integrata i fondi, razionalizzarli, fare in modo che vadano alle persone giuste. E alla voce casa basta fare un paragone con Milano per capire che nella nostra città i senza fissa dimora ricevono maggiore attenzione: nel capoluogo lombardo sono 13 mila in coda per ottenerlo, da noi solo 2 mila. Insomma la nostra rete di prevenzione funziona meglio».

Però su 5300 tonnellate di cibo distribuite dal Banco Alimentare in tutto il Piemonte ben 2650 sono finite a Torino. La grande città insomma è diventata l’anello debole della catena.

«E’ un processo legato alla crisi che affligge il Paese abbattendosi laddove più cresce la disoccupazione. Mai come in questo momento i Comuni avrebbero bisogno di strumenti come la nuova “social card” pensata dall’ultimo esecutivo: un sistema di assistenza che dovrebbe poter esser gestita dal Comune».

Aumentano i frequentatori delle mense, ma anche di chi dorme per strada. Come vi state attrezzando?

«Da domani (oggi per chi legge, ndr) raddoppieremo le «boe», squadre di persone che vanno in giro per la città con un furgone che “aggancia” i senza tetto per portarli nei dormitori. A Torino non lasciamo dormire nessuno al freddo. Certo il 2013 non sarà un anno facile. Per reggere, tutte le città dovranno poter contare su risorse diverse. Il Welfare arriva dopo ministeri come l’Economia e il Lavoro: che devono fare la loro, fondamentale, parte».

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PROGETTO EMERGENZA FREDDO

A Roma, Milano, Torino, Bologna, Genova, Firenze ed altre città italiane è attivo, a partire dall’inverno 2010, il servizio di assistenza ai senzatetto.

La nostra sensibilità per le emergenze si accentua solitamente nel momento in cui i media ci riportano la notizie legate ai disastri ambientali, ma tra le tante calamità naturali che hanno colpito il nostro paese negli ultimi anni non possiamo assolutamente trascurare anche i tragici eventi legati al fenomeno dell’emergenza freddo.

L’arrivo delle temperature rigide renderanno più difficili le condizioni di vita delle migliaia di persone che sono costrette a vivere sulla strada. A Roma vivono circa 6.000 “senza fissa dimora”: 4.000 dormono ogni notte in strada, 1.000 sono ospiti nei centri di accoglienza notturni del Comune e delle associazioni di volontariato, altri mille ancora occupano ripari di fortuna (fabbricati fatiscenti, baracche, ecc.). A Milano ne vivono 5.000, a Torino 2.000 e poco meno a Bologna, Napoli e Firenze.

ADRA Italia assiste 300 persone senza fissa dimora ogni settimana grazie al servizio dei gruppi di volontari disponibili alla distribuzione dei prodotti (coperte, vestiario invernale, termos, pasti caldi) reperiti per il periodo climaticamente più rigido, previsto nei mesi tra Novembre e Marzo.

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In Europa una casa per ogni senzatetto. Ecco il modello Ornelas.

Il progetto si chiama "Casas Primeiro" e a Lisbona ha tolto dalla strada 50 persone, che oggi riescono a pagare l'affitto. L'ideatore a Torino spiega come sia possibile farlo anche in Italia: "Basta sovvenzioni ai dormitori, meglio orientarsi sulla gestione e l'intermediazione di appartamenti. Operazione che costa meno"

2 marzo 2014

TORINO - Eliminare la homelessness dai paesi dell'Ue: un progetto ambizioso, ma non impossibile. Almeno secondo il portoghese Juan Ornelas, che questo sogno lo ha coltivato per anni, fino a farne un obiettivo concretamente realizzabile, che già oggi inizia a prender forma in paesi come gli Stati Uniti, la Finlandia o il Portogallo. Tutto grazie a un nuovo modello di intervento che va sotto il nome di Housing First; e che, oltre ad accrescere la qualità della vita dei senzatetto, snellisce sensibilmente il costo economico dell'assistenza: un fattore non trascurabile con la crisi del welfare che avanza impietosamente in tutto il mondo.

L'idea è semplice: eliminare tutta la parte intermedia di quel "percorso a scalini" che, attraverso la permanenza nei servizi a "bassa soglia", come dormitori e centri di accoglienza, dovrebbe riportare i senzatetto in seno alla società, e che spesso finisce invece per arenarsi a tempo indefinito. Sostituendola con l'ingresso immediato in un'abitazione, pagata dallo stesso individuo che vi entra, grazie al reddito di cittadinanza. "Quello che proponiamo - spiega Ornelas - è un vero e proprio cambio di paradigma, orientato a una maggior libertà di scelta dei soggetti in carico e a una presenza più defilata di tutto il comparto dell'assistenza. Oggi sappiamo con certezza che la permanenza in dormitorio porta benefici molto marginali nella vita dei senza fissa dimora: vivere in queste strutture significa continuare a trascorrere la maggior parte della giornata in strada, restando ben ancorati a quello stesso stile di vita che cerchiamo di eliminare".

“Housing first”, case al posto dei dormitori per l'accoglienza dei senza dimora

L'Housing First nasce a New York sul finire degli anni 80 e in seguito viene progressivamente adottato in molti paesi del nord Europa. In Portogallo Ornelas ce lo ha portato circa cinque anni fa: oggi, a Lisbona, la sua organizzazione "Casas Primeiro" fornisce un'abitazione a più di 50 senzatetto; i quali riescono a pagare, del tutto o in parte, l'affitto, utilizzando il sussidio versato dallo stato. Nella stragrande maggioranza dei casi l'ingresso tempestivo in un'abitazione sembra produce benefici immediati e concretamente misurabili: "Nell'arco di sei mesi - spiega Ornelas - l'80 per cento delle persone che si rivolgono a noi passano attraverso un radicale cambiamento: nel caso degli utenti psichiatrici, ad esempio, si verifica un vero e proprio crollo dei ricoveri; lo stesso discorso vale per gli alcolisti, che, sempre più spesso decidono di smettere del tutto di bere."

"A partire dall'ingresso in abitazione - continua Ornelas - effettuiamo ogni tre mesi rilevazioni oggettive sullo stile di vita del soggetto, sul grado di igiene personale, sulla gestione della casa e sul suo stato di salute psicofisico: fin da subito, questi indicatori sono tutti in costante crescita; così nel giro di un anno la presenza del nostro staff di operatori si riduce al minimo: la maggior parte degli utenti, trascorso quel lasso di tempo, riesce a badare a se stessa in totale autonomia". Una vera e propria "metamorfosi" come la definisce Ornelas, il cui viso si illumina mentre spiega che "questo tipo di cambiamento, è visibile giorno dopo giorno: per questo, oltre alle rilevazioni, abbiamo iniziato a scattare delle foto ai nostri assisti e a sottoporli s interviste di 'follow up' per valutare anche la percezione che hanno del proprio cambiamento. Dopo appena un semestre, non sembra più di trovarsi di fronte alla stessa persona."

A determinare il successo dell'Housing first, comunque, è anche e soprattutto la sua sostenibilità economica, dal momento che, quasi sempre, affittare un'abitazione costa sensibilmente meno rispetto alla gestione di un dormitorio, con un risparmio che si aggira intorno al 50 per cento. "I nostri senza dimora - precisa Ornelas - versano all'incirca il 30 per cento del loro sussidio per pagare l'affitto. E oltre a rendere sostenibile l'intera operazione, ciò restituisce loro un concreto potere sulla propria vita: ed è questo a rappresentare la prima e più grande spinta propulsiva del cambiamento che si verifica in loro."

Proprio il sistema del reddito di cittadinanza, in effetti, ha reso possibile l'adozione dell'Housing first in Portogallo e in nord Europa. Sulla road map la prossima dovrebbe essere l'Italia: per questo, negli ultimi due giorni, Ornelas si è fermato a Torino, dove ha raccontato il suo progetto a un folto gruppo di esponenti della galassia dei servizi sociali, dell'associazionismo e delle pubbliche amministrazioni. A organizzare l'incontro è stata la Federazione Italiana degli organismo per le persone senza dimora (FioPsd), che da due anni sta studiando un metodo per implementare questo nuovo paradigma anche da noi, dove il reddito di cittadinanza non esiste ancora.

"Quello che possiamo fare per aggirare l'ostacolo - spiega Cristina Avonto, vicepresidente Fio-Psd - è creare una rete tra privato sociale, associazioni e pubbliche amministrazioni, che progressivamente introduca questo modello: è per questo che abbiamo chiamato voluto chiamare anche i Comuni e le Regioni a questo incontro."

In sostanza, quindi, si tratterebbe di smettere progressivamente di sovvenzionare dormitori, strutture di accoglienza e a bassa soglia, per orientarsi sulla gestione e l'intermediazione di appartamenti: un'operazione che, dati alla mano, risulta decisamente meno dispendiosa: "A Bergamo - spiega il presidente FioPsd, Stefano Galliani - uno dei nostri progetti pilota, condotto con un gruppo di utenti dei servizi per le dipendenze, ha comportato un dimezzamento dei costi. Per la sistemazione in appartamento di queste persone, infatti, la regione Lombardia, spende 25 euro al giorno: il loro inserimento in una comunità per alcol-dipendenti ne costerebbe invece 125; mentre, per una struttura analoga rivolta alla tossicodipendenza, il costo sarebbe di 80". Viene però spontaneo chiedersi che ne sarebbe, una volta adottato il nuovo modello, di quanti oggi lavorano in tutto il comparto dell'assistenza e dei servizi a bassa soglia. "Noi - precisa Cristina Avonto - non proponiamo lo smantellamento della vecchia rete, ma piuttosto un suo ripensamento in senso diverso e più funzionale, con una presenza meno invasiva degli operatori e con un diverso impiego delle risorse umane e finanziarie."

Nel frattempo, i primi progetti iniziano a fiorire in diverse regioni italiane: oltre alla già citata Bergamo, con il progetto Rolling stones, c'è Bologna, dove l'associazione Amici di Piazza grande, che dal 1993 lavora con i senza fissa dimora, ha inserito quattro utenti affetti da grave disagio psichico in altrettanti appartamenti, declinando il sistema dell'housing first secondo il principio basagliano della libertà di scelta e della restituzione del proprio potere personale all'utente. Appena qualche giorno fa, invece, la Caritas di Agrigento ha inaugurato un complesso di sette mini appartamenti, derogando dal collaudato sistema dei dormitori e dei social housing. Mentre a Torino, l'associazione "Progetto tenda", diretta dalla stessa Cristina Avonto, sta per inserire quattro rifugiati provenienti da Afghanistan e Somalia, che rischiavano concretamente di finire in strada, in due appartamenti, introducendoli al contempo in percorsi di inserimento lavorativo grazie ai quali potranno contribuire all'affitto.

"Anche in Portogallo - spiega Ornelas - molte realtà iniziano ad avviarsi sul percorso che abbiamo tracciato. Oggi, in tutto il paese, ci sono circa 10mila senzatetto a fronte di una popolazione di dieci milioni di persone: in proporzione, la situazione è identica a quella italiana , dato che da voi i senza fissa dimora sono 50mila a fronte di 60 milioni di cittadini. È dal punto di vista qualitativo che le cose cambiano, però: in 8 casi su 10, i nostri utenti non vengono più ricoverati nei reparti psichiatrici o per l'alcolismo; recuperano in fretta la stima di sé e per questo tagliano completamente con la strada; il che è molto difficile da ottenere quando si lavora con Comunità, centri di accoglienza e dormitori, perché queste strutture in qualche modo fanno sentire il soggetto in balia di decisioni altrui, oltre a isolarlo, di fatto, dal resto della società". "Da soli - conclude Ornelas - non possiamo fare molto di più di quanto stiamo facendo: ed è per questo che ora vado per il mondo a promuovere l'Housing first. Il mio obiettivo è estirpare totalmente la homelessness dall'Europa. E so con certezza che si tratta di un traguardo raggiungibile" (ams)

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Casa Santa Luisa, carità e accoglienza al servizio dei senzatetto.

La comunità che opera dal 1972 offre alle persone un pasto abbondante tutte le mattine, vestiti, cure, docce, colloqui personali e molto altro con l'obiettivo di aiutarle a rendersi autonome

24 dicembre 2012 15:33

Al confine tra la Crocetta e San Salvario, precisamente in via Nizza 24, c'è un luogo che merita di essere raccontato. Si tratta di Casa Santa Luisa, una riserva di speranza scavata fra le vie trafficate della città. Casa Santa Luisa è un centro di accoglienza per persone senza fissa dimora che non si limita a fornire i beni di prima necessità ai bisognosi ma mira a instaurare un rapporto umano e solidale tra le persone. Il cuore della casa è la sala colloqui in cui per tre mattine a settimana (ma spesso anche nel pomeriggio) suore e volontari ascoltano le problematiche delle singole persone e le aiutano a seguire percorsi per reinserirsi gradualmente nel tessuto sociale. La carità e il profondo rispetto per la dignità umana sono i valori che sostengono la comunità dal 1972, quando Casa Santa Luisa accoglieva i lavoratori che erano emigrati dal mezzogiorno.

Sull'atrio di ingresso si affaccia uno sportello cui si rivolgono i nuovi arrivati che segnalano le proprie generalità e ricevono la tessera della comunità. La sala successiva è composta da una serie di tavoli ben apparecchiati che sono affiancati da una piccola cucina; tra le due finestre della sala campeggia un quadro raffigurante la Madonna. Qui è dove ogni mattina gli "amici" (come vengono chiamati all'interno della casa) consumano una sostanziosa colazione senza limiti di quantità.

Proseguendo lungo il corridoio si apre un'altra stanza sulla destra: si tratta del vestiario dove le persone scelgono i capi d'abbigliamento. La stanza è organizzata come un negozio vero e proprio in cui si possono scegliere gli indumenti a seconda di colore, taglia e preferenze di stile. Indumenti (comprese le scarpe) e varie categorie di oggetti sono accumulati nel centro di smistamento, uno spazio che accoglie ogni donazione fatta a sostegno della comunità. Il bagno provvisto di docce e l'ambulatorio infermieristico completano il quadro dei servizi fondamentali ma la comunità non è solo questo: è anche dopo scuola, assistenza legale, pronto intervento per le donne in gravidanza, luogo di apprendimento della lingua e altro ancora.

"Le persone che usufruiscono dei nostri servizi cambiano spesso - spiega suor Cristina, Figlia della Carità di San Vincenzo de' Paoli - , noi interveniamo sull'urgenza, ma anche sulle cause dei problemi: chi è di passaggio prosegue il suo cammino; chi si è fatto aiutare per un certo periodo di tempo si allontana perché insieme abbiamo trovato la via per promuovere la sua situazione. Negli ultimi anni si sono rivolti a noi molti stranieri ma ora stanno tornando a presentarsi anche tanti Italiani, segno che la vita quotidiana è sempre più difficile; nella Casa però non c'è distinzione, tutti usufruiscono degli stessi servizi negli stessi orari. Circa l'80% delle persone che si rivolgono a noi - prosegue - sono uomini, le donne sono in netta minoranza forse perché sono più tutelate ma anche più intraprendenti e reattive".

In alcuni casi gli "amici" trovano soluzioni abitative grazie all'attento lavoro dei volontari della Casa, con diverse modalità di partecipazione alle spese e mirando a un futuro di piena autonomia per la persona. Alcuni incontri possono cambiare la vita e quello con Casa Santa Luisa può essere uno di questi. Se poi la situazione è aggravata da una forte crisi politico-economica, alcuni luoghi e alcune persone aiutano a guardare al futuro con qualche speranza in più.

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Torino raddoppia i posti letto per i senza tetto, presentato il piano invernale.

L’assessorato alle Politiche sociali del comune di Torino ha predisposto il Piano di rafforzamento dei servizi di accoglienza notturna e diurna – adottato per aiutare le persone che vivono quotidianamente in strada, in condizioni difficili e di marginalità, ad affrontare i rigori dell’inverno – che sarà realizzato in stretta collaborazione con Protezione civile, Polizia Municipale, Asl cittadine, insieme a quelle realtà del privato sociale che metteranno a disposizione impegno, tempo, strutture e competenze professionali per curare servizi e attività previste dal Piano invernale per le persone senza dimora. In sintesi, il pacchetto di interventi straordinari prevede il raddoppio dei posti letto in strutture di accoglienza, luoghi dove trovare un pasto caldo e spazi aggregativi in cui passare le ore più fredde della giornata, maggiore attività di monitoraggio e assistenza in strada, il coinvolgimento di realtà del terzo settore nell’offerta di soluzioni abitative temporanee in contesto familiare, la ricerca di sponsor che sostengano le realtà impegnate nelle attività di accoglienza. Più nel dettaglio, integrando quanto garantito per dodici mesi in città da servizi comunali, onlus e mondo del volontariato, il “Piano invernale 2016-2017” prevede l’allestimento di strutture temporanee di accoglienza come il ricovero costituito dai 38 moduli abitativi attrezzati del Parco della Pellerina capaci di garantire fino a 152 posti letto e, in caso di eccezionali condizioni di maltempo, di una struttura con 100 posti letto in una zona facilmente accessibile della città. Stabilito, inoltre, l’aumento dell’offerta in strutture del privato sociale (è il caso, ad esempio, dei 45 posti messi a disposizione al Centro Come Noi Pertini gestito dal Sermig) e, nello specifico per famiglie in condizione di fragilità, in case comunali di ospitalità notturna (nell’istituto Cimarosa di via Ghedini e nella struttura di via Farinelli potrebbero trovare ospitalità nuclei familiari per complessive 75 persone). Tra le altre attività potenziate da novembre a marzo, laBoa Urbana Mobile (il servizio itinerante notturno che contatta, monitora e offre assistenza alle persone in strada) e i servizi dell’ambulatorio sociosanitario “Roberto Gamba” di via Sacchi 49, a poche centinaia di metri dalla Stazione ferroviaria di Porta Nuova e gestito in collaborazione con le Asl. Previsto anche un supporto relazionale per aiutare l’ospite a imboccare la strada che porta all’uscita dalla condizione di marginalità. E’ l’obiettivo dell’azione “Accoglienza diffusa”, prevista dal Piano e con cui, attraverso associazioni o altre organizzazioni senza scopo di lucro, ci si propone di offrire accoglienza residenziale, un adeguato spazio per la vita quotidiana e la possibilità di relazionarsi con altre persone in un clima familiare. Ospitanti e ospiti potranno contare sul supporto di educatori professionali del servizio comunale Adulti in Difficoltà.

 

Fonti: lastampa.it - adraitalia.org - redattoresociale.it - torinotoday.it - quotidianopiemontese.it

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