Mihail Gatu era stato allontanato dal dehors di una trattoria fallita. Mihail Gatu è stato trovato lunedì sera alle 23,20 da un ragazzo che ha dato l’allarme. Ma i medici non hanno potuto far altro che constatarne la morte. 4 febbraio 2015

Tutti lo chiamano ancora «quello del dehors». Nel senso che si era rifugiato dietro queste vetrate in via Santa Giulia, fra il marciapiede e la strada, dentro i resti di una trattoria fallita alla fine di settembre. Quelle vetrate erano la sua casa. Ci abitavano in tre, per la verità. Tre romeni. Tre disperati. Mihail Gatu era quello che dormiva nell’angolo di sinistra. Tarchiato. Capelli a spazzola. Passo caracollante. «Non era aggressivo, ma beveva troppo», racconta il signor Giancarlo Tommaso. Lo incontrava ogni giorno. «Certe volte sragionava proprio, non lo capivi. Oppure si abbassava i pantaloni e faceva pipì davanti a tutti».

Lunedì mattina alle nove, sono arrivati i vigili urbani a sgomberare il dehors. C’erano trapunte, cuscini sporchi, coperte, sacchetti, tutte quelle cose che le persone povere accumulano nel loro vagabondare. Non era la prima volta che intervenivano. Ma Mihail Gatu non aveva alcuna intenzione di andarsene. Viveva lì da tre mesi. Quella era la sua Torino. Il vino scadente comprato all’angolo, al supermercato Conad. Il caffè offerto sempre da qualcuno, nel bar di fronte. Vanchiglia è un quartiere antico e solidale. E «quello del dehors», per quanto strano, per quanto ubriaco, era benvoluto da molti residenti. Ma non è bastato.

Sulla panchina 

Lunedì notte Mihail Gatu è morto di freddo e di stenti su una panchina di piazza Montebello, pochi passi più avanti. Era nato nel 1966, conosceva poche parole di italiano. Aveva passato tutto il pomeriggio a bere da un cartone e a parlare da solo. «Sono uscito con il cane», racconta Giancarlo Tommaso. «Lui indossava un giubbotto blu scuro. Alle sette di sera era seduto sulla panchina davanti alla fontana. Aveva le mani giunte come per una supplica. “Sigaretta... Sigaretta...” ripeteva a occhi chiusi. Ma non c’era nessuno vicino a lui. Delirava». Anche la signora Luciana Lebbo lo ricorda bene: «Era piegato in due. Non ce la faceva a raccogliere le sue cose da terra. Non era facile interagire con lui».
Il fatto è che Mihail Gatu era stato soccorso già diverse volte dal 118. L’ultima, alla fine di novembre: sembrava morto. Era crollato fra le altalene e il cavallino con la molla, al centro di largo Montebello. Ricoverato al Gradenigo in coma etilico, dimesso dopo una lavanda gastrica. Era tornato al suo giardino, al suo dehors.

Meno quattro

Lunedì notte la temperatura in città è scesa a 4 sotto zero. L’alcol sembra scaldarti, ma in realtà ti indebolisce. Alle 23,20, tornando a casa, un ragazzo ha visto un uomo steso a faccia in giù, rannicchiato, davanti alla solita panchina. Era immobile. Il ragazzo gli ha parlato, ha cercato di tirarlo su. È stato lui a chiamare l’autoambulanza del 118. Tutti nella via hanno sentito le sirene. «Hanno provato a rianimarlo per più di mezz’ora», dice la signora Lebbo. «Il braccio si muoveva ancora. Speravo... Ma poi ho visto arrivare la polizia...». E con la polizia, è arrivato il medico legale: nessun segno di violenza sul corpo. «Arresto cardiaco», c’è scritto nel referto. «Morto probabilmente di freddo», hanno detto i soccorritori. Mihail Gatu era senza documenti, l’hanno riconosciuto perché era «lo stesso uomo con problemi d’alcolismo» già ricoverato diverse volte.

Il più fragile

Era «quello del dehors». Certe volte veniva picchiato dai suoi coinquilini. Era il più fragile. «Ogni tanto lo sentivo bisticciare per una sigaretta con gli altri due», racconta il signor Sergio Di Paola. Ha 74 anni, è nato e cresciuto qui, proprio davanti alla casa improvvisata di Mihail Gatu. «Mi dispiace molto per quello che è successo. Questo quartiere è cambiato poco nel corso degli anni. Ci conosciamo tutti. È rimasto umano. Nessuno voleva cacciare quell’uomo da lì...».

Fonte: lastampa.it