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Bartolomeo & C.

Bartolomeo non ha le chiavi - Era una sera d'inverno

Di Lia Varesio - Giugno 2003

 

Alcolisti, malati di mente, ex-carcerati, malati di Aids e da qualche anno anche tossici e immigrati. Il mondo dei "senza fissa dimora", meglio conosciuti come "barboni", è sempre più popolato. E sempre più difficile da gestire.

Quando Esmeralda urlava

Sul finire degli anni '70 appartenevo a una parrocchia che gestiva una mensa in cui andavano a mangiare i poveri. Lì mi occupavo di anziani e malati. Un giorno, andando in Fiat (dove lavoravo come operatore sociale), mi imbattei in una donna. Era sporca, vestita malamente, scalza, scarmigliata e urlante. E la gente, vedendola, scappava. Quello che più mi colpì non era tanto lo stato della donna, ma proprio il vedere che la gente scappava. E allora, mi chiesi, dovrei scappare anch'io? Mi avvicinai sorridendole. Lei smise di gridare. Disse di chiamarsi Esmeralda. Le domandai perchè gridasse e lei mi rispose in piemontese: "Grido al mondo la mia disperazione". L'accompagnai in un bar a mangiare qualcosa e mi raccontò la sua storia di donna dimessa da un ospedale psichiatrico. Poi, assieme, facemmo uno strano itinerario: dalla stazione di Porta Nuova alla mensa del Cottolengo, dove incontrammo tante persone come Esmeralda.

Bartolomeo aveva 54 anni

L'associazione "Bartolomeo & C." è nata 23 anni fa, precisamente in una notte d'inverno del 1980. Andavamo in giro a fare la ronda, cioè a cercare i nostri amici barboni e perchè non gelassero portavamo loro panini, coperte e roba calda. Quella sera non trovammo Bartolomeo al suo solito posto, nella stazione di via Fiocchetto. Così cominciammo a cercarlo, fino a che arrivammo nel centro storico di Torino in via Conte Verde, vicino al Duomo, dove sorgeva una casa diroccata nella quale Bartolomeo qualche volta si rifugiava. A un certo punto inciampai in un mucchio di cartoni e nylon e, mentre cercavo di rialzarmi, vidi spuntare un piede. Allora chiamai i ragazzi, togliemmo i cartoni e sotto trovammo il cadavere assiderato di Bartolomeo. Bartolomeo aveva 54 anni. Noi che non avevamo ancora scelto un nome per il nostro gruppo, quella notte decidemmo di chiamarci "Bartolomeo & Compagni". Quell'evento fece definitivamente maturare in noi la scelta di continuare a cercare queste persone chiamate popolarmente "barboni", aiutandoli in primis conquistando la loro fiducia e poi elaborando dei programmi per loro. Ad esempio la reiscrizione anagrafica, in modo tale che potessero riacquistare un'identità, visto che molti di loro erano stati "cancellati" dall'anagrafe e vivevano nel totale anonimato. Chiedemmo alla polizia ferroviaria il permesso di transitare in stazione, per contattare la gente che di lì transita. Aprimmo un ufficio all'interno della stazione centrale, poi affittammo alcune stanze, dove collocammo i malati di mente e successivamente i malati di Aids. All'epoca a Torino i dormitori erano molto pochi, alcuni in situazioni davvero allucinanti. La città allora non garantiva quasi niente e quindi cominciammo a rompere le scatole al sindaco del tempo, Diego Novelli, che si rivelò sensibile a queste problematiche, tanto che mi chiamò ad andare a lavorare all'ufficio per i "senza fissa dimora", nato nel 1981. Poi venne aperta la casa di accoglienza di via Marsigli a cui fecero seguito tanti altri interventi sul territorio.

L'aumento dei nuovi poveri

Nel 2001 alla porta della Bartolomeo & C. hanno bussato 220 nuovi casi. La stragrande parte sono maschi (90,53%), l'85,26% disoccupati, il 3,16% occupati e l'11,58 pensionati. Sono malati di mente, malati di Aids, immigrati, alcolisti, ex-carcerati, qualche transessuale. Il 52,41% sono single, circa il 30% divorziati o separati, ma il 10% è sposato. Gli analfabeti sono solo l'11%, mentre il 45% ha fatto la scuola media e il 15,26% le superiori. Sotto il profilo dell'età prevale la fascia che va dai 30 ai 60 anni (circa il 60%) ma stanno crescendo i giovanissimi e gli anziani. Soprattutto i nuovi poveri hanno poco a che vedere con i barboni tradizionali. Il panorama è molto cambiato. Il barbone tradizionale, il classico "clochard", è quello che dà meno problemi, ma sono rimasti davvero in pochi. In questi ultimi anni ci troviamo di fronte a persone molto più giovani e sempre più "sballate" psicologicamente. Tossici molto più cattivi, arrabbiati; gente carente di valori, che ammazza per un nonnulla. Assistiamo all'aumento dei sieropositivi, dei tossicodipendenti, di quelli che abusano di droga e alcool.

Troviamo residui di vecchia immigrazione meridionale che si associano agli extracomunitari, delinquono insieme, danno vita a clan. I vecchi barboni vivono sempre peggio, spiazzati dai nuovi poveri, che magari rubano loro il sacco a pelo e le scarpe. La caratteristica di questa nuova povertà è proprio l'assoluta mancanza di valori: vogliono tutto subito. C'è gente davvero difficile, magari con più problemi: buca, batte e beve. Poi c'è il problema dei malati sieropositivi e quelli in Aids conclamato. Casi cronici in cui la prevenzione non serve più ed è molto difficile fare capire loro la necessità di seguire una serie di norme.

Precipitare nella povertà

Abbiamo persone che vivono da barbone ma senza esserlo, persone che provengono da famiglie disgregate; e poi immigrati. Decine e decine di casi di persone normali precipitate nella povertà. Le cause sono molteplici, spesso disgregazione familiare. Gente di buona famiglia, che però in famiglia non si ritrova più. Abbiamo incontrato un ragazzo di 16 anni che diceva di non sentirsi giovane: "A casa nessuno mi parla, nessuno mi vede e nessuno mi ascolta." Il padre sempre in giro per lavoro, la madre pure lei assente, impegnatissima tra bingo, canasta e amiche. E lui che fa? Non sta in casa, è pieno di problemi, i genitori gli danno tanti soldi, ma non sa come usarli e così viene da noi ad elemosinare la merenda per poter parlare.

C'è un signore di mezza età, che faceva l'agente di scorta a un importante uomo politico, poi un giorno molla tutto, lavoro e famiglia, per approdare a Torino a fare il barbone. Ora è stato recuperato, è diventato un operatore della Bartolomeo & C.. Fa le commissioni e aiuta me e i volontari. Esistono anche i poveri da usura. C'è una donna di sessant'anni, che faceva la manager e aveva parecchi attici. Poi l'usura l'ha devastata fino a condurla sul lastrico. L'esaurimento, l'insorgere di problemi mentali, il baratro. Oggi è riuscita ad avere una casa popolare. Si è rimessa in quadro, ma vive sempre con il terrore di reincontrare i suoi ricattatori. Ci siamo sempre occupati non solo di assistenza, ma di promozione. I risultati li abbiamo avuti grazie a interventi efficaci che hanno permesso a queste persone di ristabilirsi psicologicamente e che adesso ci aiutano a lavorare con gli altri.

Noi pratichiamo la filosofia del "dare la canna da pesca e non il pesce". Ai nostri assistiti offriamo dei lavoretti e, quando hanno qualche soldo, li accompagniamo in banca per aprire un conto, imparare a gestirsi, non spendere più di quello che hanno, ecc... Hanno bisogno di essere supportati e seguiti. Hanno difficoltà ad alzarsi al mattino, a rispettare i tempi. Ma se una persona ha problemi di mente, non può stare nei tempi perchè è fuori dal tempo. Quando vediamo che una persona ha delle potenzialità, allora la collochiamo nelle case e, quando sono in grado di gestirsi da soli, allora li aiutiamo ad ottenere una casa popolare, il lavoro se si può, in modo tale da conquistare una certa autonomia.

Quel cadavere nella cella frigorifera

Alla vigilia di Natale del 2001 fui chiamata dall'ispettore di un commissariato di zona, perchè avevano in frigo una persona da 12 giorni e non sapevano chi fosse. Così andai alle celle mortuarie dell'ospedale delle Molinette. Aveva 35-40 anni. Lo avevano trovato morto d'infarto davanti al supermarket delle Molinette e ancora non erano riusciti a dargli un'identità. Colpisce vedere che in una città pullulante di fermenti positivi, si possa morire nell'anonimato. C'è gente che se ne va, in silenzio. Sono tutti "caduti" sul fronte della nostra indifferenza. A Torino ci vuole una casa di pronta accoglienza, aperta 24 ore su 24, gestita dal Comune e dai volontari insieme. Un luogo che possa essere un punto di riferimento per tutti quelli che di giorno e di notte, se hanno freddo, possano stare lì a giocare a carte, a farsi la barba, ad usufruire di una certa rete di servizi. Questo posto oggi non esiste. Le persone continuano a girare da un dormitorio all'altro. C'è gente che non ha un luogo dove andare per cambiarsi e lavarsi. Uno dei nostri va a stendersi le mutande nel reparto dialisi dell'ospedale Mauriziano! E poi non c'è continuità sui casi.

Se una persona viene accolta dal Comune o dai servizi per l'emergenza freddo, dopo tre mesi questa va fuori e più nessuno la segue. Se non è in grado di pagarsi una pensione per dormire o se non è in grado di comprarsi da mangiare, come fa? L'intervento oggi non è adeguato ai bisogni delle persone.

Dalla parte degli "ultimi"

A queste persone manca la casa e il lavoro, ma anche tutta una vita di relazione: non sanno come vivere il tempo "libero" e, quando sono in crisi di identità più profonda, mancano dei referenti che siano in grado di gestire questi momenti, aiutandoli ad avere ancora voglia di vivere, curarsi, riacquistare un'autonomia. Troppe volte queste persone non trovano risposte. Ogni giorno alla "Bartolomeo & C." arrivano persone che ci interpellano come pugni sullo stomaco. Penso allora a tutti coloro che riempiono le sedi dei partiti, delle chiese, delle associazioni e mi chiedo come mai così tanti tra loro sono prigionieri di chiusure mentali e pregiudizi. Penso a quanto disagio in meno ci potrebbe essere, se ci fosse meno burocrazia nell'applicazione delle leggi. Oggi si parla molto di qualità della vita, ma attorno a noi si respira ancora troppa intolleranza verso i problemi degli "ultimi". Non è solo colpa dello Stato. Ogni cittadino dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, perchè tutti siamo in colpa se il disagio aumenta. E come aumenta!

Non rimanere spettatori

Non bastano le scelte politiche, sociali, culturali, se non c'è la scelta e una risposta dentro noi stessi. Non fare da spettatori, ma chiedersi cosa stiamo facendo concretamente per gli altri. Il nostro è un tentativo quotidiano fatto di limiti, ma anche di atti concreti di condivisione. Che cosa ha fatto Cristo per gli emarginati? Cristo nasce da emarginato, le prime persone che incontra sono i pastori, non i re. Chiude la sua vita tra i ladroni. Noi che lo vogliamo seguire dobbiamo vederlo e scoprirlo negli altri. Signore, quando ti abbiamo visto? Tu eri nell'alcolista, nel malato di mente, in quell'amico che si buca... Se il nostro fratello non ce la fa da solo a portare la croce, noi abbiamo il dovere di aiutarlo. È ora di smetterla di essere spettatori. Occorre diventare protagonisti attraverso il nostro impegno concreto e quotidiano.

 

Un riparo, una panchina, un bicchiere di vino.

Di Enrica, volontaria della "Bartolomeo & C."

Al mattino Bartolomeo viene svegliato da svariati fattori: la voce di un passante, la pioggia che s'insinua tra le sue coperte, il clacson di un'auto, l'abbaiare di un cane. Per lui le operazioni del risveglio sono velocissime. È sufficiente alzarsi in piedi e sistemare le proprie cose, preparandosi a... spostarsi.

Bartolomeo difficilmente ha un luogo di lavoro da raggiungere, raramente delle occasioni fisse d'incontro con altri. Bartolomeo non ha bisogno di portare un orologio al polso.

La sua giornata ha come sole tappe costanti i pasti. Bartolomeo sa che, per poter fare colazione, può recarsi dalle suore o in altro luogo ove viene somministrata tra le 8 e le 9. Per avere un piatto di pasta bisogna andare invece in corso "buon appetito" tra le 12 e le 13, mentre la tazza di latte serale viene servita in via "buona notte" dalle 19 alle 20.30. Se ha fame, si recherà in quei posti a quelle ore. Se non ci andrà nessuno se la prenderà con lui.

Durante il resto della giornata Bartolomeo vaga per la città. Gli incontri con i compagni di strada sono solitamente casuali. Bartolomeo si reca ai giardini, perchè sa che lì può trovare il suo amico e bere insieme un bicchiere di vino di poco costo, comprato nel supermercato. Se non c'è da bere, forse potranno fumarsi una sigaretta. Tuttavia, se quel giorno Bartolomeo non andrà ai giardini, nessuno lo cercherà né si preoccuperà. Nel suo girovagare egli può trovare un quotidiano abbandonato su una panchina e trascorrere un po' di tempo nella lettura. Se è fortunato, può commentare le vicende politiche con un'altra persona, appena conosciuta su quella stessa panchina. Qualche volta, se ha contatti con i servizi sociali, Bartolomeo va dall'assistente sociale. Nella sua mente le cose pratiche occupano uno spazio piccolissimo. Tutto il resto è lasciato... a che cosa? Proviamo ad immaginare. Bartolomeo osserva le cose che capitano: la lite tra due persone, l'incidente stradale. Dentro di sé le commenta. Bartolomeo ricorda il suo passato, forse ha trascorso anni diversi, nei quali la sua giornata era simile a quella di una persona "normale", con una casa e un lavoro. Forse li rimpiange, forse no. Bartolomeo presta una grande attenzione al cielo, ai mutamenti meteorologici. Per lui è importante che non piova.

È sera ormai. Bartolomeo stende le sue coperte in un luogo riparato. Se fa molto freddo deve bere del vino, forse molto vino, altrimenti per lui è impossibile prendere sonno. Riesce a crearsi un suo spazio, con le sue cose tutte ammassate attorno a lui e alla fine ... si addormenta.

Fonte: rivistamissioniconsolata.it

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