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Torino, com'è noto, ha visto nascere e svilupparsi delle grandi opere fondate dai cosiddetti "Santi sociali", soprattutto nell'ottocento.

Tuttavia, la formazione di attività e cose visibili ha la sua vera origine nel mondo dell'invisibile, ossia nell'ispirazione e nella forza che solo Dio ha potuto dare a queste persone. Questi Santi hanno unito mirabilmente la vita contemplativa, intessuta soprattutto di preghiera, e la vita attiva, ossia l'interessarsi con pazienza e costanza al prossimo, soprattutto se povero e malato. Qui di seguito potete trovare qualche biografia dei più noti, ma ne sono esistiti e ne esistono tuttora di pressoché sconosciuti agli uomini, ma non a Dio. A Lui sia la lode e la gloria, per sempre!


San Giovanni Bosco

(Castelnuovo d’Asti, 16 agosto 1815 – Torino 31 gennaio 1888) fu un grande apostolo dei giovani: nel 1814 il sacerdote fondò a Torino l’oratorio per avvicinare i ragazzi di strada al mistero cristiano. Intuì la necessità di insegnare un mestiere ai figli degli indigenti: nacquero così le scuole serali ed i laboratori di vario tipo. Fondò i Salesiani, la Pia Unione dei cooperatori salesiani e, insieme a Santa Maria Mazzarello, le Figlie di Maria Ausiliatrice. Fu proclamato Santo alla chiusura dell’anno della Redenzione, il giorno di Pasqua del 1934. Il 31 gennaio 1988 Giovanni Paolo II lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”.


Questo nome popolarissimo e tanto venerato ricorda un'istituzione grandiosa e benefica che da anni assiste ed educa cristianamente la gioventù, raccolta in centinaia di case sparse in tutto il mondo. Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815 ai Becchi, frazione di Murialdo presso Castelnuovo d'Asti, da una povera famiglia di agricoltori. Sua mamma, Margherita, era una santa donna tutta dedita al lavoro ed ai suoi doveri di cristiana: infondere nei suoi figliuoli il santo timore di Dio. Del babbo non potè gustare il sorriso e la carezza, perchè se ne volò al cielo quando Giovanni era ancora in tenerissima età.

Fin da fanciullo ebbe il dono di attirare a sè le anime dei fanciulli con i suoi giochi di prestigio e con la sua pietà, che gli cattivava l'animo di tutti.
A prezzo di privazioni di ogni genere, in mezzo alle contrarietà degli stessi familiari, riuscì a compiere gli studi ecclesiastici e nel 1 841 fu ordinato sacerdote. Da questo punto comincia la sua missione speciale: « l'educazione dei giovani ».

Lo aveva difatti profondamente colpito il fatto di vedere per le vie di Torino tanti giovanetti malvestiti, male educati, abbandonati, esposti ad ogni pericolo per l'anima e per il corpo, molti già precocemente viziosi e destinati alla galera... Il cuore del giovane sacerdote sanguina: prega e pensa: e la Vergine Benedetta, che lo aveva scelto, gli ispira l'istituzione degli Oratori.

Dopo mille difficoltà e persecuzioni, gli riuscì di comperare a Valdocco (allora fuori Torino) un po' di terreno con una casa ed una tettoia a cui aggiunse una cappella; ebbe così un luogo stabile e sicuro dove poter radunare i suoi « birichini ».

Non aveva un centesimo : unica sua risorsa una fede illimitata nella Divina Provvidenza.

In pochissimo tempo i poveri giovani ricoverati diventarono più numerosi; l'opera cresceva e bisognava pensare al futuro. La benedizione di Dio era visibile. E Don Bosco fonda una nuova congregazione religiosa, la Pia Società di S. Francesco di Sales, detta comunemente dei Salesiani, composta di sacerdoti e laici, che poco alla volta aprirono oratori festivi, collegi per studenti, ospizi per artigiani, scuole diurne e serali, missioni fra gli infedeli in tutte le parti del mondo.

Per le fanciulle delle stesse condizioni, D. Bosco istituì le Suore di Maria Ausiliatrice, le quali, come i Salesiani, sono sparse in tutto il mondo, ed affiancano l'opera dei sacerdoti.

Per il popolo D. Bosco scrisse libretti pieni di sapienza celeste, dal titolo « Letture cattoliche » in contrapposizione a quelle protestanti.

Fino all'ultimo la sua vita fu spesa a vantaggio del prossimo, con sacrificio continuo, eroico. Il Signore lo chiamò a sè il 31 gennaio 1888 e fu canonizzato da Pio XI nella Pasqua del 1934.



San Giuseppe Benedetto Cottolengo


(Bra, 3 maggio 1786 – Chieri, 30 aprile 1842) fondò le Piccole Case della Divina Provvidenza per i malati rifiutati da tutti, poi per handicappati, orfani, ragazze in pericolo e invalidi. Le strutture nacquero per offrire assistenza materiale alle persone in difficoltà ma anche per costruire le loro identità umane e cristiane. Cottolengo fu il fondatore dei preti della Santissima Trinità, di varie famiglie di suore, dei fratelli di S. Vincenzo, il seminario dei Tommasini. Venne proclamato Santo da Papa Pio XI nel 1934.

Giuseppe Benedetto Cottolengo nacque a Bra (Cuneo) il 3 maggio 1786, in una famiglia numerosa, religiosa e di livello economico medio borghese. Fin da adolescente, Giuseppe manifestò l’intenzione di diventare sacerdote, ma non poté frequentare il seminario per la temporanea chiusura, dovuta allo strisciante e operante clima di ostilità da parte di Napoleone (il Piemonte era occupato) verso la Chiesa Cattolica (anche il Papa era stato fatto prigioniero). Date le possibilità economiche della famiglia, ricevette tuttavia una buona istruzione in privato. Finalmente, riaperto il seminario di Asti, poté accedervi per gli studi regolari. Fino alla ordinazione sacerdotale che avvenne a Torino l’8 giugno del 1811.

Per circa un anno fu vice curato nella parrocchia di Corneliano d’Alba, dove rivelò subito una evidente e convinta predilezione per le attività sociali e caritative. Si dedicò infatti con forza al sostegno materiale e spirituale dei malati e alla cura delle ragazze bisognose, povere e abbandonate. Attività queste che poi eserciterà in sommo grado negli ultimi 15 anni della sua vita, a Torino.

Tornato di nuovo a Torino riprese gli studi teologici fino al conseguimento della laurea. E siamo nel 1816. Un particolare importante: la telogia di allora aveva subito una certa influenza giansenista e gallicana (dovute al dominio napoleonico). Ma questa non fece presa sul Cottolengo (e nemmeno su Don Bosco), per cui egli riconobbe sempre il primato della Chiesa di Roma e della sua guida, il Papa, per tutto ciò che riguardava le questioni di fede e di morale.

Nel 1818 fu poi accolto nella Congregazione della Santissima Trinità, formata dai preti teologi del Corpus Domini di Torino, una delle belle chiese del centro della città, eretta per ricordare il famoso Miracolo dell’Eucarestia del 6 giugno 1453. Il canonico Cottolengo cominciava così un periodo di predicazione e anche di attività sociale a favore dei bisognosi. Sembrava che tutto fosse a posto, e scrivendo alla madre, diceva scherzosamente (era un tipo allegro e pieno di umorismo) di avere “la faccia rotonda qual luna piena”. Era un canonico dotto, stimato, ricercato da molta gente come predicatore e confessore, aveva una bella camera e buon stipendio, tuttavia era inquieto, incerto, talvolta scostante e burbero. Qualche volta anche triste per un certa crisi interiore. Continuava nella sua opera per i poveri con impegno, ma non capiva del tutto.

Era ancora alla ricerca della propria strada, di che cosa fare veramente della propria vita. E, particolare importante, non era più un giovane del seminario. Una volta il suo superiore gli diede da leggere un libro su San Vincenzo de’ Paoli perché così avesse qualcosa su cui parlare a tavola con gli altri.

"La grazia è fatta: sia benedetta la Santa Madonna"

Aveva ormai 41 anni. Quando la crisi vocazionale finì. La ricerca e le sue riflessioni di discernimento ebbero la risposta. Finalmente aveva capito tutto. Dio gli aveva parlato attraverso dei segni, attraverso un avvenimento, che per lui fu l’avvenimento fondante e stimolante l’attività prodigiosa degli altri 15 anni di vita che gli rimanevano ancora.

Il 2 settembre 1827, il Cottolengo fu testimone della morte di una donna francese, che era giunta a Torino con la propria famiglia. Era avanti nella gravidanza, e anche malata e febbricitante. Sorretta dal marito furono mandati all’Ospedale Maggiore, ma le fu opposto un rifiuto per il ricovero. “Andate all’Ospizio della Maternità” dissero loro. Ma anche qui un secondo e doloroso rifiuto, questa volta per motivi di regolamento: non potevano accettare donne con la febbre, perché probabilmente affette da altre malattie (infettive?). La povera famiglia rifiutata di nuovo andò a finire in un dormitorio pubblico. Aggravandosi la situazione della donna, venne chiamato un sacerdote. Questi era il canonico Cottolengo. Il quale dovette assistere, profondamente scosso, alla morte della bimba appena nata per intervento chirurgico e della madre. Impietrito dal dolore e confuso nello spirito, andò in chiesa e davanti al Santissimo esclamò: "Mio Dio, perché? Perché mi hai voluto testimone? Cosa vuoi da me? Bisogna fare qualcosa".

Aveva capito. Era arrivata l’illuminazione che aspettava. Si rialzò, accese tutte le candele dell’altare, e ordinò al sacrestano di suonare le campane, anche se era fuori orario e tardi. La gente accorse e il canonico recitò solennemente le Litanie della Madonna. Alla fine, senza discorsi di spiegazione, congedò tutti dicendo: “La grazia è fatta! La grazia è fatta: sia benedetta la Santa Madonna!”. Aveva capito finalmente la propria missione. Era diventato un uomo nuovo.

Ma gli restavano solo 15 anni di vita. Cominciò subito la sua attività con alcune camerette nel palazzo prospiciente la chiesa del Corpus Domini. Queste saranno solo l’inizio di un’attività prodigiosa (in Italia e all’estero), nel vero senso della parola e cioè per la quantità di fondazioni e di congregazioni religiose che nasceranno nel suo nome e seguendo il suo carisma, e per l’intervento e aiuto soprannaturale che il Cottolengo chiamava La Buona Provvidenza.

Nelle sue strutture egli ha voluto subito accogliere i malati “rifiutati” dagli altri (orfani, sordomuti, invalidi fisici e psichici), coadiuvato in questo lavoro da suore o aspiranti suore, da volontari e volontarie, e naturalmente da laici stipendiati ma che ne avevano accettato il carisma e la metodologia tutta particolare. Per il Cottolengo non si curavano solo dei malati, ma Gesù stesso in persona, presente in ogni malato. I malati non erano dei numeri a cui prestare qualche servizio, ma dei figli e figlie di Dio da amare sempre e curare per quanto possibile. Con una premessa così alta e così impegnativa, nessuno poteva e doveva lavorare solo per lo stipendio.

Nel 1831 arrivò una grossa difficoltà, che fu provvidenziale per il futuro dell’opera: venne sfrattato dal centro città e mandato in periferia (allora) di Torino, cioè nella zona di Valdocco. Qui iniziò quella che venne chiamata La Piccola Casa della Divina Provvidenza, stimatissima e ricercata come ospedale e casa di cura ancora oggi.

Nella stessa zona quindici anni dopo (1846) e a poche centinaia di metri da dove operava lui, arriverà un giovane prete che aveva già cominciato a raccogliere centinaia di ragazzi poveri, orfani, sbandati, sfruttati, senza cultura e senza mestiere. Era Don Bosco che iniziava la sua attività sociale e spirituale a favore dei giovani.

Fin dall’inizio, il Cottolengo ha voluto organizzare la vita delle sue case, degli ospiti malati e dei loro assistenti, attorno al concetto di famiglia: tutti dovevano sentirsi persone portatori di diritti e doveri; tutti erano chiamati ad un compito, compatibile certo con il proprio stato, sano o malato; tutti dovevano sentirsi utili, e perciò collaborare alla conduzione della Piccola Casa e alla propria abilitazione in modo attivo. Naturalmente c’erano non solo quelli che lavoravano lavorando ma anche quelli che lavoravano... pregando. Chi pregava lavorava, come gli altri che lavoravano. Questo era il pensiero del Cottolengo. Diceva infatti: "La preghiera è il primo e più importante nostro lavoro. La preghiera fa vivere la Piccola Casa". E anche: "L’Eucarestia e la preghiera sono le ruote che mandano avanti la Piccola Casa."

Oltre la preghiera l’altro caposaldo della vita e dell’attività del Cottolengo fu l’assoluta e indistruttibile fiducia nella “Buona e Santa Provvidenza”. Disse infatti ad un ministro del Re di Sardegna in visita alla Piccola Casa e... preoccupato (lui ministro ma non il Cottolengo) dei mezzi per mandare avanti quell’opera enorme e complessa: “Questa piccola Casa vive sotto la protezione della Divina Provvidenza, la quale provvede con elemosine spontanee. Se poi fossero necessari miracoli, essa è capace di farli”. Gli rispose scettico il ministro: “È passata l’epoca dei miracoli!”. E il Cottolengo:
"Si persuada, Eccellenza. Ella si preoccupa di un problema risolto. La Divina Provvidenza non manca e non mancherà mai. Spariranno gli uomini, verranno meno le famiglie, passeranno i governi, ma la banca della Divina Provvidenza non fallirà mai! Io sono più certo della Divina Provvidenza che se esista la città di Torino."

E la Provvidenza non mancò mai all’appuntamento, anche in momenti molto difficili. Tanta era e proverbiale la fede del canonico Cottolengo nella Provvidenza che il suo confessore a tal proposito una volta disse: "C’è più fede nel solo Canonico Cottolengo che in tutta la città di Torino."

Questo gigante della carità, questo "genio del bene" (così disse Pio XI, nel 1934, quando lo canonizzò) finiva la sua “intensa giornata d’amore” (dalla Gazzetta Piemontese del tempo) il 19 marzo 1841 pronunciando le parole: “Misericordia, Domine, Misericordia, Domine. Buona e Santa Provvidenza... Vergine Santa, ora tocca a voi”. E la Buona Provvidenza, con la Vergine Maria, raccolsero il suo invito continuandone l’opera fino ai giorni nostri.

Mario Scudu sdb



Santa Giulia di Barolo e Carlo Tancredi Faletti


Carlo Tancredi Falletti (Torino, 26 ottobre 1782 – Chiari, Brescia, 4 settembre 1838) e Giulia Colbert (Maulèvrier 27 giugno 1785 – Torino 19 gennaio 1864) si incontrarono alla corte di Napoleone e si sposarono a Parigi il 18 agosto 1806; appartenevano a due delle più influenti famiglie del tempo. Nella loro quotidianità vissero una fede profonda ed "adottarono" i poveri di Torino. Carlo Tancredi si prodigò nel campo dell’educazione, Giulia per le donne in difficoltà. Fondarono le Suore di S. Anna e quelle di S. Maria Maddalena (oggi Figlie di Gesù Buon Pastore).

"Ricordati che io sono e rimarrò sempre vandeana", aveva detto un giorno la marchesa Giulia al Conte di Cavour. In questa solida affermazione emergono, non solo il profondo attaccamento alla terra dove nacque, la Vandea appunto, ma tutta la forza e la determinazione di una donna che sempre, nonostante i grandi fermenti di idee politiche e sociali che turbinavano a Torino nel corso dell’800, rimarrà fedele ai suoi ideali, a uno stile di vita rigoroso e severo, in netta opposizione alle idee liberali e anticlericali di cui proprio il conte di Cavour, “le petit terribile Camille”, era esponente di spicco.

Giulia Vittorina Colbert de Maulevrier, sposa del marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, fu la fondatrice dell’Opera Pia Barolo, che aveva come primario obiettivo quello di riunire istituti di educazione, di assistenza e di soccorso rivolti soprattutto alle giovani donne di umili condizioni. Subito dopo la Restaurazione, ella iniziò la sua attività filantropica nelle carceri femminili torinesi. La marchesa si adoperò nottetempo per riuscire nel miglioramento delle disperate condizioni in cui erano costrette a vivere le carcerate, mediante il sostegno della preghiera, dell’istruzione religiosa e del lavoro, considerato uno strumento indispensabile di riscatto morale, per riuscire a vivere nuovamente nella società in maniera dignitosa.


Fu la preziosa amica del patriota saluzzese Silvio Pellico. A Palazzo Falletti e nel castello di Barolo, nella quiete della campagna, egli trovò un rifugio sicuro, per ritemprarsi nello spirito e nel corpo, fortemente provati, dopo il periodo di prigionia trascorso nel carcere duro dello Spielberg, e divenne segretario e bibliotecario della famiglia Falletti fino alla morte, avvenuta nel 1854.

Ma fu anche nello stesso tempo la madrina illustre di un grande vino di Langa: il Barolo, che proprio nelle cantine del castello marchionale, a Barolo, vide timidamente la luce, grazie all’aiuto prezioso del tecnico francese Oudart, collaboratore negli stessi anni dello stesso Cavour.

"Il volto che a prima vista poteva sembrare scialbo, si accendeva però di vivida luce quando lei cominciava a parlare, e allora tutta la persona brillava per bellezza e grazia"

L’infanzia in Francia

Giulia nasce il 26 giugno 1786 nel castello avito di Maulévrier in Vandea, da una famiglia di antica aristocrazia. La madre è la contessa Anne-Marie de Quengo de Crenolle, ed è parente del re Luigi XVI, il padre è il marchese Edouard Colbert de Maulevrier, niente meno che discendente del celebre ministro del re Sole.

Purtroppo il destino subito la mette alla prova, privandola a soli quattro anni della madre, che muore il 14 luglio 1789, data fatidica per la Francia tutta, perché quel giorno, con la presa della Bastiglia, ebbe inizio la Rivoluzione Francese, che mutò per sempre le sorti dell’Europa intera.

Anche la famiglia di Giulia, come molte altre nobili casate francesi, sono in grave pericolo. La Rivoluzione, ormai in atto, appare inarrestabile e non guarda in faccia nessuno, tanto che molti componenti della sua famiglia, proprio per l’importanza del nome e per i legami di parentela con la famiglia reale, vengono giustiziati pubblicamente.

A questo punto l’unica soluzione possibile per sfuggire al massacro che la sanguinosa rivolta popolare trascinava dietro di sè, era quella di fuggire lontano e così il padre decise di trovare rifugio in Olanda, per procurare la salvezza ai suoi tre figli. Quando Napoleone, diventato imperatore, muterà le leggi rivoluzionarie, potranno fare ritorno in patria e ritornare ai loro antichi privilegi, frequentando la fastosa corte imperiale.

La formazione

Nonostante la Francia stia attraversando un periodo di enormi mutamenti politici e sociali, il marchese rimane indifferente alle nuove realtà e decide di educare i figli seguendo un metodo molto tradizionalista.

Giulia mostra fin da bambina un carattere vivace ed autoritario, dotata di un’acuta e brillante intelligenza, riceve dal padre un’educazione raffinata, ed un’istruzione quasi enciclopedica, con lo studio di varie discipline, secondo i principi rigorosi della religione cattolica e della monarchia assolutista, che, come abbiamo visto, aveva cominciato a scricchiolare sotto i colpi di cannone della Rivoluzione.

Il matrimonio

Come era consuetudine per quei tempi, Giulia sposò un uomo indicatole dal padre: il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo. I due giovani si conobbero alla corte parigina di Napoleone Bonaparte, anzi sembra che lo stesso Napoleone caldeggiasse le nozze fra i due giovani, che furono celebrate a Parigi il 18 agosto 1806.


Quello che a prima vista poteva sembrare uno dei tanti matrimoni di convenienza tra nobili casate, si rivelò invece un sodalizio saldo e duraturo nel tempo, che seppe crescere in virtù della comunione di intenti che animava i due sposi. Essi non ebbero figli.

Stabilirono la loro dimora a Torino, ma trascorsero i primi anni del matrimonio viaggiando spesso tra Italia e Francia, Olanda, Belgio e Germania. Solo dopo il 1814, alla definitiva caduta di Napoleone, decidono di trasferirsi in maniera definitiva a Torino, abitando nel sontuoso palazzo della famiglia Falletti, in via delle Orfane.

Naturalmente dato il loro elevato lignaggio frequentano la corte e il loro palazzo diventa in breve tempo uno dei “salotti” più raffinati e ricercati dell’epoca dal punto di vista culturale e sociale. Durante le consuete riunioni settimanali non era raro incontrare personaggi come De Maistre, De Broglie, Lamartine, Cavour, Cesare Balbo, gli Alfieri di Sostegno, Federico Sclopis, i Marchesi di Saluzzo, i Della Rovere, i nunzi pontifici e tutti i nobili forestieri che si trovavano a passare per la città.

Infine Silvio Pellico, che fu presentato ai Falletti da Cesare Balbo, all’indomani della sua scarcerazione dal carcere dello Spielberg, che divenne poi bibliotecario e segretario di famiglia. Ma ci fu anche un’altra dimora che presto conquistò il cuore della marchesa ed era il castello avito a Barolo, dove i Falletti già da tempo possedevano il loro immenso patrimonio di tenute agricole e dove nacque il vino che fu poi detto Barolo e di cui la marchesa fu la madrina illustre.

Se anche solo passeggiando per le vie della città si poteva assistere alle condizioni di miseria e di degrado in cui versavano le classi più umili della società torinese, possiamo ben immaginare quale potesse essere la situazione di squallore e abbrutimento morale che dominava le carceri, dove l’incuria e l’abbandono erano tristemente diffusi e, soprattutto gli abusi di qualsiasi genere, compiuti ai danni di quegli infelici, complice l’indifferenza dell’autorità municipale.

Fu un caso puramente fortuito che spinse, più o meno a partire dall’anno 1814, Giulia ad interessarsi delle detenute nelle carceri torinesi: le Senatorie, del Correzionale, delle Torri. Fu una domenica mattina del 1814 che Giulia, in maniera casuale e traumatica, prese coscienza con dolente tristezza, della pessima situazione che regnava nella carceri femminili torinesi.

E poi non dimentichiamo che Palazzo Barolo, in via delle Orfane, era proprio di fronte al tribunale, per cui ogni giorno la marchesa poteva assistere di persona alla situazione desolante in cui venivano tenute quelle miserande creature: cibo scarso e avariato, malattie e contagi, ignoranza, condizioni igieniche terrificanti, promiscuità, favorivano una condizione di avvilimento, che contribuiva a spegnere ogni speranza che potesse esistere una vita migliore una volta fuori dal carcere.

Da quel momento in poi Giulia, accanto ad una brillante vita di società, con il prezioso aiuto del marito, diede inizio alla sua opera caritativa, avveniristica e rivoluzionaria per i tempi, per tentare un possibile recupero non solo delle carcerate, ma dell’intero organismo carcerario.

Con abilità seppe sfruttare il prestigio e l’influenza di cui godeva la famiglia Falletti in certi ambienti della corte, assai utili per farsi aprire le carceri femminili, sfidando coraggiosamente i pregiudizi dell’epoca, e diventare per le detenute un punto prezioso di riferimento, attento e di cui ci si poteva fidare.

Furono due i presupposti fondamentali che animarono l’operato di Giulia: migliorare le condizioni di vita in cui versavano le carcerate, mediante un trattamento più umano, tenendo conto del rispetto dell’igiene, e migliorare le condizioni morali con il sostegno dell’istruzione religiosa, che lei stessa impartiva, con la collaborazione in seguito di altre dame, con l’introduzione all’interno delle carceri dei cappellani e con il lavoro, che considerava un mezzo indispensabile per un autentico recupero e per un eventuale ritorno nella società civile. In sostanza il carcere poteva essere considerato non solo da un punto di vista puramente punitivo, ma poteva diventare il luogo dove iniziare il processo di riabilitazione e il recupero della vita civile di chi si era macchiato di reati contro la giustizia.

Si impegnò assiduamente per porre un freno ai tempi lunghi in cui tergiversavano i processi, per offrire alle recluse un abbigliamento pulito e decente, per porre fine allo spaccio di bevande alcoliche enormemente diffuso all’interno delle carceri, di cui erano complici compiacenti gli stessi secondini. Ma ciò non era ancora sufficiente. Giulia voleva fare di più e così arrivò a coinvolgere il Segretario di Stato con la proposta di una vera e propria riforma che investisse le carceri.

Profondamente convinta della sua intuizione, volta non solo al miglioramento della situazione dentro le carceri femminili, ma anche al recupero morale delle prigioniere, Giulia pose mano allo studio della struttura carceraria diffusa nel regno piemontese e in altri stati europei, arrivando a instaurare contatti con tutti coloro che in Europa stavano maturando esperienze di assistenza dello stesso genere. La marchesa era anche perfettamente consapevole che un’opera di tal levatura poteva essere portata avanti in modo veramente efficace solo con l’appoggio e la collaborazione dell’autorità civile e così presentò il suo progetto all’amministrazione carceraria che lo accolse in maniera favorevole.

Un dispaccio ministeriale del 30 ottobre 1821 mise a disposizione della marchesa il carcere femminile delle Forzate, di cui divenne la Sovrintendente, affinché ella stessa potesse programmarne l’attività come meglio riteneva opportuno. Giulia si affrettò a trasferirvi le detenute delle altre carceri e riuscì ad organizzarlo come un istituto di pena modello, con il prezioso aiuto delle suore di San Giuseppe, che provenivano da Chambery e che entrarono a far parte dell’organico dell’istituto. Essa predispose il regolamento interno e volle che fosse discusso con le detenute stesse, che approvarono con un consenso unanime.

Le istituzioni fondate da Giulia

Ma ciò non bastava ancora, bisognava fare in modo che una volta uscite dal carcere, quelle poverine avessero una qualche istituzione su cui poter contare per tornare a vivere in maniera onesta, trovare un lavoro pulito e magari anche aspirare al matrimonio e ad una vita dignitosa nella società. Fu per questo motivo che la Barolo creò altri complessi, avendo a conoscenza fondazioni nate e cresciute a Parigi nel ‘700 e che erano state ricostituite per opera dell’abate Legris Duval, che ella aveva conosciuto.

Spirito profondamente religioso e timoroso di ogni rivolgimento sociale, nonostante l’avesse dolorosamente colpita la prematura morte del marito Tancredi, avvenuta nel 1838, Giulia frequentò sempre più di rado gli eleganti salotti della capitale e si dedicò anima e corpo alle sue opere di assistenza. Senza figli e con un immenso patrimonio famigliare, Giulia fu la coraggiosa artefice di istituzioni rivolte soprattutto alle donne e all’infanzia. Sempre nel 1821 aprì una scuola per fanciulle povere a Borgo Dora, un quartiere operaio di recente insediamento.

Nel 1823 l’istituto del Rifugio, aperto con l’aiuto del marito e del governo piemontese nel quartiere Valdocco, era dedicato, come riferisce il Pellico a “misere zitelle che, dopo essere state sedotte, si pentivano del loro fallo e, bramose di ritornare a vita cristiana, avevano d’uopo di una mano pietosa che le rialzasse e le sostenesse”, alle donne appena uscite dal carcere e a quelle “traviate e penitenti”, che volessero entrare per volontà loro, in un tentativo sincero di rendere la loro vita migliore. Qui rimanevano per un periodo che andava dai due ai tre anni, lavorando e pregando, quando uscivano potevano sposarsi, se erano fortunate, entrare a servizio presso qualche famiglia o lavorare. Successivamente fu fondato il Rifugino per aiutare le ragazze, che loro malgrado venivano a trovarsi in difficoltà e potevano così contare su un sostegno sicuro e fidato.

Nel 1825 una decisione coraggiosa spinse la marchesa, a destinare una parte del piano terreno del loro palazzo a “sala d’asilo” per i bambini delle famiglie poco abbienti, che non sapevano a chi affidare i loro figli durante le ore di lavoro nelle fabbriche. Fu il primo di questo tipo nato in Italia. Successivamente nel 1833, dietro espressa richiesta di alcune ospiti, la marchesa fece costruire adiacente al Rifugio, il Monastero delle “Sorelle penitenti di Santa Maria Maddalena”, le Maddalene, che diventarono poi con il passare degli anni “Figlie di Gesù Buon Pastore”, congregazione missionaria, che tuttora è attiva. L’organizzazione poteva accogliere le donne, che una volta convertite, desideravano dedicare la propria vita a servire Dio, diventando monache di clausura, per cercare di espiare le colpe del passato nel modo che ritenevano il migliore possibile. Nello stesso tempo diede vita a due organizzazioni che dovevano rispettivamente occuparsi della correzione e dell’educazione delle giovani fanciulle “al di sotto dei dodici anni, già cadute nel vizio per colpa di gente perversa e talora dei propri parenti” e le bambine orfane, chiamate le Maddalenine e le Giuliette.

Nel 1845 aprì l’Ospedaletto di Santa Filomena, che accoglieva bambine disabili, rifiutate da altri istituti. Nel 1847 creò nelle stanze a pianterreno di Palazzo Barolo tre ”Famiglie operaie”, gruppi di ragazze dai 14 ai 18 anni, che venivano ospitate per un periodo di sei anni perché imparassero un mestiere presso artigiani di fiducia ed onesti. Nel 1857 diede vita al laboratorio di San Giuseppe, scuola di tessitura e di ricamo per ragazze di umili origini e prive di mezzi. Per ultimo fece costruire la chiesa parrocchiale di Santa Giulia, dove furono poi traslate le sue spoglie e quelle del marito. Anche fuori Torino prestò la sua opera con la fondazione di un asilo a Castelfidardo, su richiesta del municipio stesso, e una casa per ragazze a rischio a Lugo, su invito del vescovo di Imola.

Tutte queste furono opere per le quali la marchesa impegnò gran parte delle ricchezze di famiglia, poiché sentiva di avere una sorta di debito nei confronti dei poveri e dei miserabili, lei, che era nata e cresciuta nell’agiatezza e nel benessere.

Infatti così scriveva in una lettera poco dopo la morte del marito:

"In nome di colui (il marito) che è finito come un pezzente, io devo dedicarmi a tutti i miserabili. Io devo scontare i secolari privilegi degli avi, devo saldare i debiti che essi hanno contratto coi paria e con gli sfruttati, devo pareggiare l’implacabile conto, che ciascuno ha con la propria coscienza. Una voce cara e indulgente m’incita! Io non avrò più altra dolcezza che obbedire a quel comandamento."

Per tutta la vita seguì personalmente le sue istituzioni coadiuvata dalle sue suore, a favore della dignità delle donne, di tutte le donne, anche delle più misere. Documenti dell’epoca testimoniano che Giulia spese in opere di beneficenza più di 12 milioni di lire, quasi il bilancio di uno stato di quei tempi. E per essere sicura che la sua opera di carità e di assistenza potesse continuare nel tempo, anche dopo la sua morte, fondò l’Opera Pia Barolo, tuttora esistente, la cui presidenza si alterna tra l’arcivescovo e il presidente della Corte d’Appello di Torino. La morte la colse, dopo lunga e sofferta malattia, il 19 gennaio 1864, nel suo palazzo di Torino. Il 21 gennaio 1991 nella chiesa di San Lorenzo in Torino, l’arcivescovo Saldarini dava inizio alla sua causa di beatificazione.



San Giuseppe Cafasso



(Castelnuovo d’Asti, 15 gennaio 1811 - Torino, 23 giugno 1860) insegnò al Convitto ecclesiastico di Torino dal 1836 al 1860 formando numerosi sacerdoti tra i quali anche San Giovanni Bosco. La sua missione educativa si estese all’apostolato nelle carceri dove si fece compagno dei più miserabili: i condannati a morte, che "il prete della forca" accompagnava sino al patibolo. Beatificato nel 1925, venne canonizzato da papa Pio XII nel 1947 e proclamato patrono dei carcerati e dei condannati a morte.

I torinesi lo chiamavano "il prete della forca", con un misto di ammirazione e di compatimento, perché ad ogni esecuzione capitale accanto al condannato c'era sempre Don Giuseppe Cafasso, un pretino magro, incurvato non dagli anni (morì a 49 anni nel 1860), ma per la deviazione della spina dorsale che lo obbligava a star chino anche nelle poche ore della giornata che trascorreva fuori del confessionale. Don Giuseppe infatti dedicava gran parte del suo ministero sacerdotale all'ascolto delle confessioni e delle confidenze di quanti frequentavano la sua chiesa, attratti dalle grandi qualità umane di intelligenza e di bontà di quel piccolo prete che capiva i problemi di tutti, e sapeva parlare ai dotti come ai semplici, alle anime devote come ai galeotti. Dichiarato santo nel 1947, è stato proclamato infatti patrono dei carcerati e dei condannati alla pena capitale, perché in vita aveva fatto delle carceri il luogo preferito per l'esercizio dell'apostolato sacerdotale.

Nato a Castelnuovo d'Asti, quattro anni prima del compaesano Giovanni Bosco, nel 1811, Giuseppe Cafasso era per temperamento agli antìpodi dell'apostolo dei giovani: riflessivo, devoto, mite e studioso, amava dedicare molte ore alla meditazione davanti al tabernacolo nei brevi periodi di vacanza che trascorreva in paese, durante gli anni di seminario. Giovanni Bosco lo prendeva amabilmente in giro, chiamandolo « signor abate », e lo invitava ad assistere agli innocenti spettacoli per la festa del patrono. « Gli spettacoli del prete - gli rispondeva il chierico Cafasso - sono le funzioni religiose ». Ma i due erano destinati a incontrarsi e a capirsi profondamente.

Giuseppe Cafasso, ordinato sacerdote a 22 anni, frequentò il corso di teologia a Torino, alla scuola del teologo Guala, di cui poco dopo avrebbe ereditato la cattedra, avendo tra gli alunni lo stesso Giovanni Bosco. Il giovane compaesano mise poi a dura prova la sua collaudatissima pazienza quando gli riempì il Convitto ecclesiastico, di cui era rettore, di schiamazzanti ragazzi, rastrellati un po' ovunque alla periferia della città. Quando don Bosco tolse il disturbo, non certo per le rimostranze del santo rettore, e portò il drappello di ragazzi alla tettoia di Valdocco, don Giuseppe Cafasso gli fu costantemente vicino, anche con gli aiuti finanziari, e prima di morire donò tutto quel poco che possedeva a lui e all'opera del Cottolengo, nella cui tomba la sua salma venne temporaneamente deposta, prima di essere trasferita al santuario della Consolata.



Beato Pier Giorgio Frassati



Chi è il Beato Pier Giorgio Frassati, giovane laico domenicano, modello dei giovani domenicani e “profezia” per i nostri tempi del carisma laicale giovanile della nostra Famiglia?

Pier Giorgio è un giovane come tanti altri, nato a Torino il 6 aprile 1901 da una famiglia dell'alta borghesia torinese. Il padre Alfredo era proprietario e direttore del giornale "La Stampa", personalità eminente del mondo politico e culturale di allora, poi ambasciatore a Berlino. Pier Giorgio trascorre un’infanzia normale, vivace e generosa; comincia ben presto ad approfondire il suo rapporto spirituale con Dio, lo sente profondamente vicino nella sua vita di adolescente. E' portato verso l'armonia e la bellezza delle cose. Si interessa di pittura, arte, musica, letteratura, poesia. Dopo il liceo si iscrive al Politecnico per fare Ingegneria: è il 1919, si trova negli anni scottanti del dopoguerra. Sono tempi di fermento, anche all'Università ci sono grandi dibattiti sul futuro che l'Italia deve avere. Il confronto è acceso tra socialisti,cattolici e fascisti. Non vanno tanto per il sottile nella battaglia delle idee. Pier Giorgio decide di entrare nel circolo "Cesare Balbo" della FUCI (la Federazione degli Universitari Cattolici Italiani).

Nel maggio del 1924 i sinceri legami di amicizia lì intessuti assumono una forma più precisa con la fondazione della “società dei Tipi Loschi”, un’associazione dal volto semiserio. Lo scopo è quello di aiutarsi a vivere da cristiani, incontrarsi, mettere in comune le esperienze di vita e di preghiera, il vero “collante” che li unisce, senza perdere lo spirito goliardico. Quando uno studente del politecnico aveva un problema, la soluzione nota a tutti era "va da Pier Giorgio che sicuramente ti aiuta". Si iscrive anche all’Azione Cattolica e alle Conferenze di S. Vincenzo, ai cui incontri ed iniziative partecipa attivamente. Il segreto della sua forza e dello slancio spontaneo e generoso che lo contraddistingue è nella preghiera: l'Eucaristia quotidiana e il Rosario sono i pilastri che fondano le basi e animano la sua vita di studente cristiano pluri-impegnato nel sociale. Una spiritualità robusta, maturata col tempo, forte di una grande devozione mariana. A chi gli chiede se è un bigotto, risponde: «No, sono rimasto cristiano». Da questa risposta disarmante traspare il suo continuo, profondo, intimo colloquio con Dio. La preghiera di Pier Giorgio assume le note della più alta spiritualità. Sappiamo quanto sia difficile mantenersi fedeli nella vita di preghiera. Appare perciò stupefacente la costanza con la quale Pier Giorgio resta quotidianamente fedele al proprio impegno, proprio negli anni in cui la dirompente giovinezza sembrerebbe renderlo più arduo. Il suo primo pensiero è sempre quello di assicurare uno spazio di preghiera personale alle sue giornate, poiché avverte come altrimenti esse perderebbero il loro significato più autentico.

Si dedica ininterrottamente all’apostolato tra le famiglie più povere, che visita regolarmente. Quando avvicina un povero, dona tutto se stesso, senza pensarci due volte: non c’è vera carità che non nasca dall'umiltà, dice. E spesso non gli rimangono neanche i soldi per il tram. Dopo la sua morte, tantissimi poveri testimonieranno che, non appena lui arrivava nelle loro case o li incontrava per strada, subito il loro cuore si colmava di gioia, ed era sempre una festa che faceva dimenticare la miseria quotidiana: tutti riconoscevano in quel ragazzo qualcosa di straordinariamente luminoso e singolare. Già sembra essergli riconosciuta una bellezza interiore che lasciava intravedere il Cielo. Verso la fine di giugno del 1925, Pier Giorgio comincia ad accusare dei malesseri. Sembra influenza, saranno invece gli ultimi giorni della sua vita. In sei giorni la poliomielite fulminante, probabilmente contratta in uno dei luoghi dove andava a trovare i poveri, stronca il suo fisico apparentemente indistruttibile, da ragazzo prestante appassionato di scalate in alta montagna. La diagnosi si viene a sapere solo quando ormai è troppo tardi. Si consuma rapidamente; paralizzato nel suo letto non si lamenta: non una richiesta per sé, solo per i suoi poveri, i suoi “tesori” per il Cielo. Si spegne serenamente il 4 luglio 1925, dopo aver ricevuto la comunione e l’olio degli infermi. Aveva confidato ad un amico: "il giorno della mia morte sarà il giorno più bello della mia vita" e “bisogna vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, per prepararsi all’Incontro”.

La folla che partecipa ai funerali è sterminata: giovani, anziani, ricchi, poveri, tutti lo conoscono, pochi sanno che è un Frassati. Gli stessi genitori sono stupiti ed esterrefatti di tanta popolarità, e scoprono solo ora del calore e dell’affetto che circondava il figlio: a differenza dei poveri, non l’avevano capito fino in fondo… La santità non ha bisogno di nomi per farsi strada. Gli stessi amici di Pier Giorgio, i compagni, quanti lo hanno conosciuto e amato subito chiedono che la Chiesa dia inizio all'iter per la causa di Beatificazione. Passano gli anni, finché il 20 maggio 1990 un vecchio Papa, Karol Woityla, che da studente aveva sentito parlare di questo giovane, lo proclama Beato e lo propone ai giovani del nostro tempo come modello da seguire.

Due tappe fortemente significative segnano la sua esperienza interiore: si innamora di una sua compagna di Circolo, Laura Hidalgo; ma conserva nel cuore il segreto di tale amore e vi rinuncia per salvare il matrimonio dei genitori, in forte crisi. Perché, si chiede Pier Giorgio, che senso ha “metter su” una famiglia se ciò è a costo di sfasciarne un’altra? E’ una decisione dolorosa e sofferta, per la quale, alla fine di un lungo travaglio personale, nonostante tutto si risolve, poiché avverte intimamente che quella è la volontà di Dio, il vero bene. E’ un primo “martirio”, da cui uscirà spiritualmente fortificato e pronto per le successive prove della vita spirituale e delle evenienze della vita… .

Nell’anno 1922, infine, Pier Giorgio fa’ il suo ingresso nella Famiglia Domenicana. L’ideale di San Domenico e del Terz’Ordine è l’approdo finale ed il coronamento della sua giovane esistenza. In esso egli trova l’armoniosa sintesi tra vita interiore (vita di Grazia, preghiera ed unione con Dio) e vita esteriore che si consuma nell’impegno nella vita sociale e politica. Per lui la promozione umana non sta solo nell’aiutare i poveri, ma anche nell’operare perché la loro vita possa essere “integralmente” migliore. E’ affascinato dal progetto di riforma della società secondo lo spirito del Savonarola: è convinto che una promozione umana autentica, attenta cioè alla pienezza della dignità della persona, debba coinvolgere, alla luce del Vangelo, ogni aspetto della personalità e tutto l’ordine civile. Prende il nome di fra Gerolamo, per l’ammirazione che nutre verso lo stesso Savonarola. Legge appassionatamente San Tommaso e, soprattutto, Santa Caterina da Siena. Agli amici sempre confidò che l’ingresso nel Terz’Ordine domenicano costituì il passo decisivo della sua vita, da cui sentiva di avere tratto enorme beneficio spirituale; per questo li esortava a compiere anch’essi questo passo. Scrive ad un amico: “ Sono contentissimo che tu voglia far parte della grande famiglia di San Domenico, dove, come dice Dante, “ben si impingua se non si vaneggia”. Gli obblighi sono piccolissimi, altrimenti dovresti capire che io non potrei appartenere ad un ordine che obbligasse molto…”.

Pier Giorgio, semplicemente, si è comportato da laico nella Chiesa e da cristiano nel mondo. Alla domanda se si può parlare di “normalità” della sua esistenza, p. Molinari, postulatore della causa di beatificazione, dirà: «Sì. Nel senso che visse pienamente quel che tutti noi dovremmo vivere normalmente. Ragazzo, giovane, ha attraversato le fasi tipiche della maturazione, i dubbi, le speranze… Nello studio, in famiglia, con gli amici, nel servizio ai poveri, aperto a tutte le realtà, sorretto da una robusta spiritualità. Vorremmo davvero che questa fosse la “normalità” per tutti ». Poiché, come diceva Pier Giorgio, “bisogna vivere, non vivacchiare”, con la profonda saggezza di chi non ha posto tanto la sua vita al servizio del proprio pensiero, bensì ha posto il proprio pensiero al servizio della Vita: in altre parole, nient’altro che la vocazione domenicana…in tutta la sua perenne attualità. La stessa attualità che l’esperienza di Pier Giorgio continua ad avere per noi, oggi. Il suo modello e la sua intercessione ci incoraggino e ci aiutino a seguire fino in fondo la nostra vocazione al servizio di Cristo, nella Chiesa e nel mondo di oggi.

Fra Roberto M. Viglino o.p.

Fonti: provincia.piacenza.it - amicidomenicani.it - grandain.com - novena.it

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